Passando ad altro argomento, ricevetti dal mio amico Besozzi l’assicurazione che né al Comando Supremo (in una prima lettera) né al Ministero of Krieg (in una cartolina ricevuta ora) esiste né esiste mai alcuna pratica, relativa al passaggio di complemento del sottotenente di M.T. Carlo Emilio Gadda. Questo mi fa impazzire dalla rabbia, poiché la persecuzione che la burocrazia (personificata dal disordine e dall’insufficienza mentale di tutti i miei compatrioti) esercita su me, mi atterrisce. […] Che porca rabbia, che porchi italiani. Quand’è che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino da lavoro? A non ammonticchiarvi le carte d’ufficio insieme alle lettere della mantenuta, insieme al cestino della merenda, insieme al ritratto della propria nipotina, insieme al giornale, insieme all’ultimo romanzo, all’orario delle ferrovie, alle ricevute del calzolaio, alla carta per pulirsi il culo, al cappello sgocciolante, alle forbici delle unghie, al portafogli privato, al calendario fantasia? Quando, quando? Quand’è che questa razza di maiali, di porci, di esseri capaci soltanto di abbruttire il mondo col disordine e con la prolissità dei loro atti sconclusionati, proverà alle attitudini dell’ideatore e del costruttore, sarà capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame logico? […] Porci ruffiani, capaci solo di essere servi, e servi infedeli e servi venduti, andate al diavolo tutti. […] il disordine c’è: quello c’è, sempre, dovunque, presso tutti: oh! se c’è, e quale orrendo, logorante, disordine! Esso è il mare di Sargassi per la nostra nave.
Continuano lievi crisi d’animo, alternate di noia e di paralisi: la cui ragione determinante è l’ozio assoluto, nei riguardi militari, che prostra il corpo e lo spirito. Aggrappati al pendio, in tane semisotterranee, i miei soldati passano il loro tempo sul suolo, come porci in letargo: dimagrano per questa via orizzontale e si infiacchiscono. Io cerco di leggere, di scrivere: di muovermi, facendo dei passeggini di ricognizione; ma sono pur sempre legato al mio buco, pieno di roba in cui l’ordine è quasi impossibile, e sgocciolante nelle giornate di pioggia. Sicché questa casa non mi serve neppure come riparo contro l’acqua. La seconda ragione della mia indolenza e prostrazione è un’antica, intrinseca qualità del mio spirito, per cui il pasticcio e il disordine mi annientano. Io non posso fare qualcosa, sia pure leggere un romanzo, se intorno a me non v’è ordine. Ho qui tanta roba da vivere come un signore: macchina fotografica, liquori, oggetti da toilette, biancheria: e non mi lavo mai neppure le mani e non bevo neppure un sorso di grappa per non scomporre la disposizione della catinella di gomma e degli altri oggetti disposti sul fondo d’una cassa di legno, da birra. Le sgocciolature di stanotte nell’interno del mio baracchino mi hanno demolito quel residuo di forza volitiva che mi rimaneva. Io che mi sono immerso con gioia nelle bufere di neve dell’Adamello, perché esse bufere erano nell’ordine naturale delle cose, e io in loro ero al mio posto, io sono atterrito al pensiero che il soffitto del mio abituro sgocciola sulle mie gambe: perché quella porca ruffiana acqua lí è fuor di luogo, non dovrebbe esserci: perché lo scopo del baracchino è appunto quello di ripararmi dalle fucilate e dalla pioggia. Sicché, per non morire nevrastenico, mi do all’apatia. Tuttavia, non ostante questo spegnimento delle mie velleità d’azione nella santa guerra, e questa paralisi, cerco di far qualche cosa. Vorrei studiare il tedesco: ma da Torino ho mandato a casa i libri: appena potrò ne comprerò a Vicenza. Mi metto ora ad abbozzare una specie di romanzo, dove vorrei fermare alcune visioni antiche del mio animo: ma non ne farò nulla. Scrivo lettere e bestemmio le mosche, altra fra le piú puttane troie scrofe merdone porche ladre e boje forme del creato.
Quale impressione, quanto dolore e orrore la fine del povero Battisti!
*
Perfettamente in linea con le nuove scoperte di ora, gli scrittori sono profeti:
Conoscere è inserire alcunché nel reale, è, quindi, deformare il reale
(Meditazione milanese).
Se io scrivessi ogni intuizione col suo stile, sarei accusato di variabilità, eterogeneità, mancanza di fusione, mancanza di armonia, et similia.
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