In pellegrinaggio fra le prigioni
(paure come davanti a cerbero),
corse festoso all'ascolto dei suoni:
solo fenici popolerebbero
le terre senza varietà ridotte...
pelle illuminata dal riverbero,
a noi non corre la bellezza a frotte;
il lutto prescinde dalle regioni,
coraggio raro tenuto a digiuno,
il silenzio non conosce stagioni
se amore e ardore fosse un tutt'uno.*
Cadono le parole come i fiocchi,
ceneri spente di combuste scorie...
non parlerai più occhi negli occhi?
de visu o brevi manu canti storie
che il sogno non fatica ad afferrare
ma solo l'alba può affondare in mare.
In un oblio del momento visivo
l'ignoto danza sotto onde increspate,
l'oceano vive senza un palliativo,
l'alga trascorre in dondolio le pause.
Restituisce l'eco il mistero in loco,
raccoglie la conchiglia il brusio fioco...
Fra rocce ripide la breve baia
all'avida gola offre la sabbia
scarsa e fine, ultimo rimasuglio;
lenta la risacca in cambio si spoglia
a stento del fardello levigato,
lontana provenienza, di altri lidi.
Di materiali estranei, di abbandono,
un'accozzaglia incredibile, preda
a lungo ruminata, morsa all'osso...
dolente un tempo forse ma ora liscia.
Cullata come da un'anestesia,
ipnosi azzurra e verde delle notti.
Millenni che non curano misura,
né allegri né tristi o indifferenti,
semplicemente vivi nella morte
mutati in doni, felici, relitti.
Gli uccelli aprono le ugole per ore
prima che cambi il cielo di colore.
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