Verg. Aen, XII, 1-106
Turno, vedendo i Latini disfatti da Marte nemico
perdersi d’animo e chiedergli ormai quel che aveva promesso,
gli occhi di tutti segnarlo, più e più implacabile brucia,
dei suoi ardori si esalta. E come il leone nei campi
punici, pur se ferito al petto da un colpo mortale
dei cacciatori, si desta alle armi e si esalta scotendo
sulla cervice la folta criniera e poi impavido spezza
l’asta che infisse il predone, e freme dal labbro cruento:
non altrimenti violenza in Turno infocato s’accresce.
Quindi così si rivolge al re, così torbido esclama:
“No, non c’è in Turno più indugio; gli Eneadi ignavi non hanno
da ritrattare il già detto o da rimangiarsi gli accordi.
Combatterò. Padre, porta le vittime, stipula il patto.
O manderò di mia mano al Tartaro l’uomo dardanio,
il disertore dell’Asia (ci guardino assisi i Latini)
e punirò con il ferro da solo il comune delitto
o ci possegga sconfitti e gli vada in sposa Lavinia”.
Ma con il cuore pacato a lui rispondeva Latino:
“Giovane d’animo forte, per come sèi tu superiore
Per impetuosa virtù, tanto più è opportuno che io
dia saggi avvisi e soppesi con ponderatezza ogni evento.
Tu hai i domini di Dauno tuo padre, hai città numerose,
che la tua mano acquistò, ha oro e ragione Latino;
altre fanciulle ci sono in Lazio e nei campi laurenti,
e non indegne di stirpe. Tu lascia che i veli io sollevi,
t’apra i miei intenti non facili a dirsi, e ricevili in cuore:
io non potevo donare mia figlia a nessuno dei primi
suoi pretendenti, il responso di tutti, di uomini e dèi.
Vinto da affetto per te e vinto dal sangue congiunto
e dai lamenti di mesta consorte, ho violato ogni patto;
lei già promessa a mio genero ho tolta, ho intrapreso empia guerra.
Da quel momento che mali, che scontri m’affliggano, Turno,
tu lo contempli, e che atroci angosce hai sofferte per primo.
Vinti due volte in battaglia campale, in città difendiamo
male il futuro d’Italia: il corso del Tevere è caldo
del nostro sangue, ora, e d’ossa biancheggiano i campi spaziosi.
Ma a che ridirlo più volte? Che insania ci travia la mente?
Se con la morte di Turno son pronto a chiamarli alleati,
non è più saggio acquietare i conflitti, e Turno sia salvo?
Che ridiranno i congiunti miei Rutuli e il resto d’Italia,
quando alla morte dovessi (la sorte smentisca il mio dire)
cedere te, che chiedesti mia figlia e legami con noi?
Pensa alle sorti mutevoli in guerra; abbi pena del padre
curvo d’età, che ora mesto, da te separato, lontano
sta in Ardea patria”. Ai discorsi non più la violenza di Turno
cede, più ancora s’accresce invece e s’aggrava al rimedio.
Subito appena poté parlare, così schiuse il labbro:
“Ottimo re, l’attenzione che mostri per me, per me prego
che la abbandoni e permetti che io paghi con morte la gloria.
Dardi ne scaglio anche io, o padre, e non debole è il ferro
nella mia destra, e non meno ai miei colpi segue del sangue.
Anche lontana egli avrà la dea madre che la sua fuga
copra di nube femminea e con ombre vane si celi”.
Ma la regina, atterrita a quel nuovo rischio di lotta,
piange e già pronta a morire al genero ardente s’aggrappa:
“Turno, per queste mie lacrime e per il rispetto di Amata,
ove mai tocchi il tuo cuore; tu ormai sola luce in vecchiaia,
pace per me sventurata, in te per Latino riposa
gloria e potere, in te fida un’intera casa in declino.
Solo ti chiede: desisti dal muovere ai Teucri la guerra.
Quali che siano i destini che attendono te in questo scontro,
anche me attendono, Turno: con te questa luce aborrita
io lascerò, né vedrò prigioniera genero Enea”.
Questo lamento di madre Lavinia l’udì, lei, che aveva
piene di pianto le guance ardenti, che il molto rossore
tinse di fuoco –le andava correndo sul volto infiammato.
Come si fosse violato con ostro sanguigno l’avorio
indo o si arrossino i gigli pur candidi, quando con molte
rose si mischiano, tali colori ha la vergine in viso.
Turno è turbato da amore, ha fisso alla vergine il volto;
arde più ancora di armarsi e risponde in breve ad Amata:
“Io te ne prego –al cimento di Marte crudele mi avvio–,
non mi inseguire col pianto o con questo truce presagio,
madre: né Turno può fare alla morte libero indugio.
Ídmone, porta da nunzio al tiranno frigio parole
mie che gli dispiaceranno. Appena domani l’Aurora
rosseggerà in pieno cielo, da ruote purpuree condotta,
non contro i Rutuli guidi i Teucri, ma le armi dei Teucri
tacciano e i Rutuli: fine porremo alla guerra col sangue
nostro: sul campo così s’acquisti per moglie Lavinia”.
Come ebbe detto, tornò veloce alle proprie dimore;
cerca i cavalli e ne gode, a mirarli in vista frementi,
quelli che un tempo donò Orizía in persona a Pilumno,
e per bianchezza le nevi vincevano e in corsa le brezze.
Vanno d’attorno solerti gli aurighi e con palme di mani
palpano e battono i petti, riavviano criniere sui colli.
Egli frattanto si adatta alle spalle quella corazza
pallida d’oro e di chiaro oricalco, è pronto a portare
e la sua spada e lo scudo e i corni di cresta rossigna
–l’Ignipotente in persona forgiò quella spada all’antico
Dauno: così incandescente la intrise nell’onda di Stige.
Quindi con forza afferrò la valida lancia che stava
ritta, poggiata a una grande colonna lì in mezzo alle sale:
d’Àttore aurunco la spoglia; e la fa tremare e la squassa
e così esclama: “Ora a te, mia lancia, che mai deludesti
le mie preghiere, ora è tempo: te Àttore sommo reggeva,
ora t’ha il braccio di Turno; tu dammi d’abbattere il corpo
e la corazza con mano possente straziarla e strapparla
a quel mezzuomo di Frigia, e bruttarne in terra le chiome
fatte arricciare col ferro a caldo e stillanti di mirra!”
Da tali furie è agitato il guerriero ardente e faville
sprizzano a ogni suo sguardo, negli occhi aspri ha guizzi di fuoco,
simile al toro se ai primi assalti fa udire muggiti
terrificanti o fa prova dell’ira aguzzando le corna
dando di piglio nel tronco d’un albero, sfida anche i vènti
con i suoi colpi o si appresta allo scontro e sparge la rena.
perdersi d’animo e chiedergli ormai quel che aveva promesso,
gli occhi di tutti segnarlo, più e più implacabile brucia,
dei suoi ardori si esalta. E come il leone nei campi
punici, pur se ferito al petto da un colpo mortale
dei cacciatori, si desta alle armi e si esalta scotendo
sulla cervice la folta criniera e poi impavido spezza
l’asta che infisse il predone, e freme dal labbro cruento:
non altrimenti violenza in Turno infocato s’accresce.
Quindi così si rivolge al re, così torbido esclama:
“No, non c’è in Turno più indugio; gli Eneadi ignavi non hanno
da ritrattare il già detto o da rimangiarsi gli accordi.
Combatterò. Padre, porta le vittime, stipula il patto.
O manderò di mia mano al Tartaro l’uomo dardanio,
il disertore dell’Asia (ci guardino assisi i Latini)
e punirò con il ferro da solo il comune delitto
o ci possegga sconfitti e gli vada in sposa Lavinia”.
Ma con il cuore pacato a lui rispondeva Latino:
“Giovane d’animo forte, per come sèi tu superiore
Per impetuosa virtù, tanto più è opportuno che io
dia saggi avvisi e soppesi con ponderatezza ogni evento.
Tu hai i domini di Dauno tuo padre, hai città numerose,
che la tua mano acquistò, ha oro e ragione Latino;
altre fanciulle ci sono in Lazio e nei campi laurenti,
e non indegne di stirpe. Tu lascia che i veli io sollevi,
t’apra i miei intenti non facili a dirsi, e ricevili in cuore:
io non potevo donare mia figlia a nessuno dei primi
suoi pretendenti, il responso di tutti, di uomini e dèi.
Vinto da affetto per te e vinto dal sangue congiunto
e dai lamenti di mesta consorte, ho violato ogni patto;
lei già promessa a mio genero ho tolta, ho intrapreso empia guerra.
Da quel momento che mali, che scontri m’affliggano, Turno,
tu lo contempli, e che atroci angosce hai sofferte per primo.
Vinti due volte in battaglia campale, in città difendiamo
male il futuro d’Italia: il corso del Tevere è caldo
del nostro sangue, ora, e d’ossa biancheggiano i campi spaziosi.
Ma a che ridirlo più volte? Che insania ci travia la mente?
Se con la morte di Turno son pronto a chiamarli alleati,
non è più saggio acquietare i conflitti, e Turno sia salvo?
Che ridiranno i congiunti miei Rutuli e il resto d’Italia,
quando alla morte dovessi (la sorte smentisca il mio dire)
cedere te, che chiedesti mia figlia e legami con noi?
Pensa alle sorti mutevoli in guerra; abbi pena del padre
curvo d’età, che ora mesto, da te separato, lontano
sta in Ardea patria”. Ai discorsi non più la violenza di Turno
cede, più ancora s’accresce invece e s’aggrava al rimedio.
Subito appena poté parlare, così schiuse il labbro:
“Ottimo re, l’attenzione che mostri per me, per me prego
che la abbandoni e permetti che io paghi con morte la gloria.
Dardi ne scaglio anche io, o padre, e non debole è il ferro
nella mia destra, e non meno ai miei colpi segue del sangue.
Anche lontana egli avrà la dea madre che la sua fuga
copra di nube femminea e con ombre vane si celi”.
Ma la regina, atterrita a quel nuovo rischio di lotta,
piange e già pronta a morire al genero ardente s’aggrappa:
“Turno, per queste mie lacrime e per il rispetto di Amata,
ove mai tocchi il tuo cuore; tu ormai sola luce in vecchiaia,
pace per me sventurata, in te per Latino riposa
gloria e potere, in te fida un’intera casa in declino.
Solo ti chiede: desisti dal muovere ai Teucri la guerra.
Quali che siano i destini che attendono te in questo scontro,
anche me attendono, Turno: con te questa luce aborrita
io lascerò, né vedrò prigioniera genero Enea”.
Questo lamento di madre Lavinia l’udì, lei, che aveva
piene di pianto le guance ardenti, che il molto rossore
tinse di fuoco –le andava correndo sul volto infiammato.
Come si fosse violato con ostro sanguigno l’avorio
indo o si arrossino i gigli pur candidi, quando con molte
rose si mischiano, tali colori ha la vergine in viso.
Turno è turbato da amore, ha fisso alla vergine il volto;
arde più ancora di armarsi e risponde in breve ad Amata:
“Io te ne prego –al cimento di Marte crudele mi avvio–,
non mi inseguire col pianto o con questo truce presagio,
madre: né Turno può fare alla morte libero indugio.
Ídmone, porta da nunzio al tiranno frigio parole
mie che gli dispiaceranno. Appena domani l’Aurora
rosseggerà in pieno cielo, da ruote purpuree condotta,
non contro i Rutuli guidi i Teucri, ma le armi dei Teucri
tacciano e i Rutuli: fine porremo alla guerra col sangue
nostro: sul campo così s’acquisti per moglie Lavinia”.
Come ebbe detto, tornò veloce alle proprie dimore;
cerca i cavalli e ne gode, a mirarli in vista frementi,
quelli che un tempo donò Orizía in persona a Pilumno,
e per bianchezza le nevi vincevano e in corsa le brezze.
Vanno d’attorno solerti gli aurighi e con palme di mani
palpano e battono i petti, riavviano criniere sui colli.
Egli frattanto si adatta alle spalle quella corazza
pallida d’oro e di chiaro oricalco, è pronto a portare
e la sua spada e lo scudo e i corni di cresta rossigna
–l’Ignipotente in persona forgiò quella spada all’antico
Dauno: così incandescente la intrise nell’onda di Stige.
Quindi con forza afferrò la valida lancia che stava
ritta, poggiata a una grande colonna lì in mezzo alle sale:
d’Àttore aurunco la spoglia; e la fa tremare e la squassa
e così esclama: “Ora a te, mia lancia, che mai deludesti
le mie preghiere, ora è tempo: te Àttore sommo reggeva,
ora t’ha il braccio di Turno; tu dammi d’abbattere il corpo
e la corazza con mano possente straziarla e strapparla
a quel mezzuomo di Frigia, e bruttarne in terra le chiome
fatte arricciare col ferro a caldo e stillanti di mirra!”
Da tali furie è agitato il guerriero ardente e faville
sprizzano a ogni suo sguardo, negli occhi aspri ha guizzi di fuoco,
simile al toro se ai primi assalti fa udire muggiti
terrificanti o fa prova dell’ira aguzzando le corna
dando di piglio nel tronco d’un albero, sfida anche i vènti
con i suoi colpi o si appresta allo scontro e sparge la rena.
Nessun commento:
Posta un commento
here we are