Georgien 2008

Georgien 2008

inno orfico ad Atena




Pallade unigenita, augusta prole del grande Zeus,
divina, dea beata, che susciti la guerra, dall'animo forte,
indicibile, dicibile, di gran nome, che abiti negli antri,
che governi le alture elevate dei gioghi montani
e i monti ombrosi, e rallegri il tuo cuore nelle valli,
godi delle armi, con le follie sconvolgi le anime dei mortali,
fanciulla che estenui, dall'animo che incute terrore,
che hai ucciso la Gorgone, che fuggi i talami,
madre felicissima delle arti, eccitatrice,
follia per i malvagi per i buoni saggezza;
sei maschio e femmina, generatrice di guerra, astuzia,
dalle forme svariate, dracena, invasata, splendidamente onorata,
distruttrice dei Giganti Flegrei, guidatrice di cavalli,
Tritogenia, che sciogli dai mali, demone apportatore di vittoria,
giorno e notte, sempre, nelle ore piccole
ascolta me che prego, dai la pace molto felice
e sazietà e salute nelle stagioni felici,
Glaucopide, inventrice delle arti, regina molto pregata.

 trad. Gabriella Ricciardelli


L'orfismo è stato un movimento religioso sorto in Grecia, presumibilmente verso il VI secolo a.C., intorno alla figura di Orfeo. Per quanto le tradizioni lo indichino come "tracio", è opinione di alcuni autorevoli studiosi (come Chambers Guthrie), che la figura di Orfeo vada piuttosto collegata a quella di un antico "missionario" greco in terra tracia, luogo dove perse la vita. L’inserimento della figura di Orfeo nelle correnti che si fanno eredi del suo nome era dovuta a qualcosa di più che non a un vago sentimento di venerazione per un grande nome dell'antichità, frutto, da una parte, della necessità di ereditare le credenze sulla "possessione" divina propria dell'esperienza dionisiaca, e, dall'altra della convinzione di dover prolungare quelle pratiche di "purezza" proprie dei Misteri eleusini.
Tutto ciò corrisponde ai due elementi fondanti delle dottrine orfiche:
a) la credenza nella divinità dell'anima e quindi nella sua immortalità.
b) la necessità di condurre un'intera vita di purezza, per non perdere il diritto all’immortalità stessa.
Nella tradizione mitologica greca, comprendente quella "orfica",non esiste un modello unificato di sistema teologico, quanto piuttosto un insieme di varianti, da cui nascono più cosmogonie e teogonie. Infatti sembrerebbe che nella “Storia della teologia” ( testo andato perduto, opera dell'allievo di Aristotele Eudemo da Rodi) sarebbero state raccolte le varie teogonie come quelle di Omero, Esiodo, Orfeo, Acusilao, Epimenide, Ferecide, ma anche quelle non greche come le babilonesi, persiane e fenicie, a dimostrazione proprio della presenza delle diverse tradizioni teogoniche e cosmogoniche che attraversavano allora il mondo greco.
La visione orfica affondava le radici nell’episodio di Dioniso sbranato dai Titani che, fulminati d’impeto da Zeus, generarono inconsapevolmente dalla loro fuliggine gli uomini. 

Antropologicamente questo sarebbe fondamento di una vita spirituale, in cui il valore dell’anima rispetto a quello del corpo, che la imprigiona, è nettamente superiore, creando così una nuova visione complessiva dell’esistenza, sapientemente palesata dal celebre passo di Platone che cita Euripide:
« Chi sa se il vivere non sia morire e il morire invece vivere. »


Ma la morte di per sé non "libera" l'anima immortale, che per le dottrine orfiche è destinata a rinascere. Tale liberazione poteva essere conseguita solo seguendo una "vita pura", la "vita orfica" dettata da una serie di regole non derogabili, tra cui l'astinenza dalle uccisioni. Essenziale per l'orfismo è dunque la concezione dell'anima contrapposta al corpo e l'affermazione della necessità che l'anima stessa trasmigri in nuovi corpi, finché non raggiunga la perfezione. Le regole di vita orfiche educavano al vegetarismo, al divieto di compiere sacrifici animali, alla castità e alla temperanza, tutti strumenti atti a perfezionare l'anima. 

Per quanto sia stato possibile ricostruire, lo spirito (daimon), che risiedeva nei cieli, una volta compiuto un peccato decadeva dal regno beato sulla terra, incarnandosi in un corpo utilizzato per espiare la propria colpa. Con la morte, l'anima trasmigrava e si ricomponeva in un altro corpo, che poteva anche non essere quello di una persona (fatto dipendente dal comportamento che il daimon aveva avuto nella vita precedente). Se invece aveva espiato la sua colpa, l'anima ritornava nel regno dei cieli.

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