Georgien 2008

Georgien 2008

pari pari un post del prof!

Partì da ra sò vitta,
cara bella, oh che morte;
à carta ò calamitta
confià ra sò sòrte,
oh che affanno, oh che vive
duro da immaginà no che da scrive.
Parto, ve lascio, oh Dio,
in quenti squarsi e parte
l’annima in dive adio
se me strassa e se parte.
Unna stissa d’inchiostro
com’è bastante à dì quanto son vostro?
Son vostro, o bella cara,
sarò vostro in eterno:
l’annima in ogni cara
farà vitta d’inferno;
larga da ri vostri oeggi,
che farala de care, ni de scoeggi?
Frusta, languida, smorta
da tutt’hore dolente,
l’odirei lì à ra porta,
spirito impatiente,
repricave in prezensa
quello ch’a ve protesta oura in partensa.
Che à vuoi sola nassua,
per vuoi sola a respira;
che ro loego ch’a mua
no porrà moæ partira
da ro sò proprio luoego,
da voì, foera dra quà l’è dent'ro foego.
Ma zà sento ro tiro,
cangio ro canto in chienti;
mando questo sospiro,
vaggo per ri mæ venti;
amó, che bella festa,
comme posso partì se ro cuoe resta?


Separarsi dalla propria vita, bella cara, oh, che morte! affidare a mappa e calamita la propria sorte è un affanno, un vivere duro da immaginare e da descrivere. Parto, vi lascio. oh, Dio, in quanti pezzi l’anima, nel dirvi addio, si squarcia, si divide. Ma una goccia d’inchiostro come può dire quanto vi appartengo? Vi appartengo, bella cara, vi apparterrò in eterno. L’anima in ogni approdo farà vita d’inferno; lontana dai vostri occhi come potrà godere i golfi e le scogliere? Consunta, languida, pallida, ognora dolente, l’udrete alla porta – spirito impaziente – replicarvi di persona ciò che ora vi dice alla partenza. Che nata solo per voi, per voi sola respira; che pur cambiando sito non potrà mai separarsi da voi, lontano dalla quale vive nel fuoco. Ma ecco, sento il richiamo, cambio il mio canto in pianto, rilascio un ultimo sospiro e vado al mio destino. Oh, amore, come posso partire se il mio cuore rimane?



Questa Canzone I delle Civili resta per me associata a un ricordo di gioventù. Mi ero appena iscritto all'università di Genova con qualche convinzione che lì si potesse discutere di letteratura genovese. Ero allora in relazione di stima deferente - amicizia sarebbe eccessivo - con un illustre professore di letteratura italiana, un luminare del periodo barocco. Ogni tanto ci facevamo qualche amabile chiacchierata (tra il sospetto della corte di giovani leoni in sua perenne adorazione), a lui interessava Cavalli, anche se mi aveva confessato candidamente (era un uomo sincero, per essere un accademico) che la prima volta che lo aveva sentito nominare era stato in un mio articoletto su una rivistina della biblioteca Aprosiana di Ventimiglia. Di Cavalli gli interessavano, come è ovvio, le "maravegie" e gli artifici, gli sembrava inaudito che questo tizio qui potesse permettersi di fare in genovese, come aveva scritto Chiabrera, tutte quelle cose "imaginate e à pena credute". Bene, un giorno la conversazione cadde sulla "sincerità" sentimentale del poeta. Per lui un poeta barocco, sintetizzando il ragionamento, non poteva per definizione essere "sincero" e soggettivo, a maggior ragione se scriveva in una lingua che era di per sé un "divertimento" come nel caso del genovese. Gli feci leggere questo testo, che è sì pieno di "maravegie" letterarie (basta guardare come Gian Giacomo gioca sul triplice significato di "cara", ossia "amata", "viso" e "cala, golfo", il metro chiabreresco, la contrapposizione petrarchesca tra canto e pianto...), ma che a me sembrava anche l'autentico commiato di un uomo che va per mare. Niente, non riuscii a convincerlo che il povero poeta Cavalli potesse avere davvero una persona a cui teneva, nutrire un sentimento, uno straccio di nostalgia. Bravo poeta, niente da dire, tecnicamente ineccepibile a dispetto dell suo buffo vernacolo, ma contenuti, niente, a quanto pare nell'Italia del sec. XVII non era usuale (in Spagna sì, ad esempio, ma chi lo avrebbe spiegato al professore che G.G.C. conosceva Góngora e Quevedo meglio del cavalier Marino?). Dopo qualche episodio come questo riformulai il mio piano di studi ed eliminai completamente la storia della letteratura italiana. Un paio di anni dopo pubblicai i sei volumi della "Letteratura genovese e ligure". Col professore rimasi in relazioni di affettuosa stima, era comunque un gran signore, come nell'ambiente "intellettuale" genovese già da tempo non se ne trovano più.
Fiorenzo Toso

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