Nessuna sindrome in psichiatria ha un sintomo fondamentale, o un cluster di sintomi fondamentali, come vorrebbe spacciarti il DSM-5.




[...]
La psicopatologia riconosce un impianto ed un metodo che non sono quelli del sapere medico-naturalistico ma che, paradossalmente, rendono significativo il sapere medico, cioè la semeiotica, applicata all’incontro e alla relazione con il malato mentale. Il fatto che la psicopatologia non ha una fondazione medica è il motivo per cui è stata abbandonata dalla psichiatria ufficiale o maistream, del tutto preoccupata solo di ricevere una legittimazione dalla medicina. In cattedra di psichiatria, per tutto il Secondo Novecento, non ha mai messo piede nemmeno uno psicopatologo, e i docenti sono troppo impegnati a correre dietro il “publish or perish” su riviste impattate, modaiole e asservite al consensus, per potersi dedicare alla psicopatologia.
La psicopatologia, oltre ad essere un medium tra te e il paziente, oltre a fornirti quel linguaggio strutturato sulle esperienze vissute del paziente, che ti apre la strada al colloquio, sarebbe anche un medium tra te e la società che ti circonda. Nel senso che la psicopatologia costituisce un paradigma sensibile al clima culturale che la società respira. Senza la psicopatologia, tu, futuro psichiatra, sei staccato dalla cultura, e appiattito solo su di un registro biologico.
Significa, concretamente, che tu avrai sempre meno voce in capitolo sul “management” del paziente, sulle sue relazioni con l’ambiente, sulla sua storia di vita. Il tuo compito sarà sempre più solo quello di un (illusorio) equilibratore recettoriale. In realtà un sarto di  “camisole de force chimique” per situazioni da tenere sotto controllo quando scoppiano. Farai il pompiere delle follia. Dovrai stabilizzare con i farmaci, senza sapere più di tanto. Accontentandoti di ciò che ti diranno o che riuscirai ad afferrare della vita del paziente per poter prescrivere una terapia. Sei, in fondo, anche se non ti insegnano un gran che, un professionista costoso da formare, quindi il tuo stipendio, nei Servizi o nelle Cliniche private, dovrai guadagnartelo vedendo moltissimi pazienti, per pochissimo tempo, non più di una volta al mese, senza starci su a pensare troppo. Un prescrittore. Non un clinico. Il resto della vita del paziente  sarà appannaggio di altri. Il paziente, le sue relazioni, non appena tu lo avrai più o meno riequilibrato, le farà con gli altri. E questa sarà la fine. La fine della psichiatria e la mortificazione di te come psichiatra. Ma, del resto, se anche tu dovessi avere voce in capitolo, di cosa parleresti, per quanto concerne quel paziente, con i vari riabilitatori o psicoterapeuti, o assitenti sociali, parleresti dei suoi recettori? Dei suoi geni? Dei suoi alleli? Dell’epidemiologia?  Delle metanalisi? A chi credi che interessino queste cose, se non agli editor delle riviste dove pubblicano i tuoi docenti? Ovviamente, questi elementi rappresentano tutti probabilismi della ricerca, materia della psichiatria che ti hanno fatto studiare, ma essi sono, di per sé, afasici, se calati nelle situazioni del real world (o mondo-della-vita, come preferisco chiamarlo io). Se non possiedi una dimensione discorsiva psicopatologica che discorsi fai su quel particolare paziente? Sei in grado di descrivere, ad esempio, come quel paziente vive il tempo, come vive lo spazio, come struttura il suo mondo? Come vive il corpo? Se lo fai, o ti butti a farlo, lo fai per intuizione? Per quello che ti appare in quel momento? In tal caso per  tua bocca parlerà solo il senso comune, a cui tu apporrai il sigillo dell’autorità medica. Ma ti troverai di fronte a personale non medico che la vedrà assai diversamente da te.
 
[...]
Eravamo nati, come psichiatri clinici, per occuparci di loro, cioè dei nostri pazienti come persone, con passione illuministica e filantropica, non solo dei loro recettori o del loro cervello.
Queste cose te le dico, mia/o giovane amica/o,veramente  sine ira et studio. Ho rinunciato, da tempo, a fare concorsi di secondo livello, perché avrei smesso di vedere pazienti. Non ho fatto il medico per occuparmi di gestione del personale e di budget.
Un uomo, in certe circostanze, per salvarsi, può fare una sola cosa, trovare una situazione che sia sua, crearsi un'isola attorno. Sono rimasto nei posti dove mi hanno inviato, senza mai avere il cambio. Se tra di noi ci sono tanti anni di stacco, è perché dietro di me non hanno più preso nessuno. Se non ti incontrerò mai in questa vita, almeno lasciami sentire la tua mancanza. Se avessimo lavorato insieme, uno sguardo dei tuoi occhi e la mia vita sarebbe stata a tua disposizione.
Me ne andrò dal Servizio pubblico senza gradi e senza riconoscimenti, senza rimpianti, con una mano avanti ed una dietro, povero e nudo, come sono entrato, ma felice di essere stato dimenticato in un angolo di “terricomio”, insieme ai pazienti dei quali ho cercato, come meglio ho potuto, semplicemente da psichiatra clinico, da ultimo mohicano, di condividere il destino. Che differenza può fare un uomo solo, in tutta questa pazzia? La mia battaglia è perduta, mi rimane solo l’onore di averla combattuta giorno dopo giorno, e di aver conosciuto uomini che mi hanno messo sulle tracce di una clinica vicina al fascino assoluto che ogni esistenza, anche la più straziata, trasmette.
Di questa carta nautica, amica/o mia/o fanne ciò che puoi. Se ci riesci a farla tua, trasmettila arricchita di dettagli.
E non smettere mai di domandarti una domanda cruciale, che mi ha assillato per tutti questi anni: ”Se una persona a cui tu tieni tanto, veramente tanto, si “ammalasse di mente”,  quale tipologia di psichiatra tu vorresti che incontrasse?”.
Lo so che una risposta non c’è. Cerca di diventare, se puoi, tu quello psichiatra. La via per arrivarci passa per la sofferenza (anche personale),  per  l’umanità e per la cultura


http://www.psychiatryonline.it/node/7247

Nessun commento:

Posta un commento

here we are