Su un piano bruno è posato, un po' di sbieco e ritto sul taglio della sua cornice, uno specchio rotto, ossia sfondato e privo circa di mezza luce. Aspra di punte, la linea di frattura corre in diagonale dall'angolo superiore di sinistra a quello inferiore di destra. La cornice, dorata e smorta, è formata di regoli a grado a grado rientranti, in istrombo. Sul davanti, e dipartendosi dalla sua base, è buttato un cencio rosso, che con indolente panneggio si svolge verso il riguardante. Ai lati sono due piccole tazze bluastre contenenti, quella di destra un sol fiore quasi appassito, che reclina la testa sulla cornice medesima, l'altra un'erba secca e fumosa di color fulvo. Nel fondo, e traverso lo specchio, si scorge un cielo occiduo e tempestoso, violaceo, solcato da una cadente colata di corvi, dei quali i più avanzati appaiono ormai presi nella cornice.
Non vale nasconderlo: lo specchio è una porta, colla sua soglia e i suoi gradini, la linea di frattura è una folgore, il cencio rosso una colata di sangue, l'erba secca una funebre fiamma, i corvi s'affrettano verso la morte del fiore.
*
Quel giorno la guerra aveva perso il suo orrore. Era di primo marzo. Un campo di cardi già levava alti, sui rigidi steli, alcuni dei suoi indecifrabili fiori bianchi e bruni; cominciavano ad arrossare, e a farsi lucenti, le gemme dei radi ornelli. E le ulivelle: si attentavano qua e là ad aprire un poco le loro corolle.
Sono esse regine di quei monti; e ciò mostra che è poi un nume femminile a tutelarne i brulli e petrosi dossi. Audaci e schive al tempo stesso, piene digrazie e di flessibile forza, son le prime a
fiorire; o piuttosto schiudono appena i calici e restano lungamente in attesa, parendo sonnecchiare. In realtà guatano coi loro bocciuoli, come con occhi tra palpebre socchiuse, l'avvento della vera primavera.
Non vale nasconderlo: lo specchio è una porta, colla sua soglia e i suoi gradini, la linea di frattura è una folgore, il cencio rosso una colata di sangue, l'erba secca una funebre fiamma, i corvi s'affrettano verso la morte del fiore.
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Quel giorno la guerra aveva perso il suo orrore. Era di primo marzo. Un campo di cardi già levava alti, sui rigidi steli, alcuni dei suoi indecifrabili fiori bianchi e bruni; cominciavano ad arrossare, e a farsi lucenti, le gemme dei radi ornelli. E le ulivelle: si attentavano qua e là ad aprire un poco le loro corolle.
Sono esse regine di quei monti; e ciò mostra che è poi un nume femminile a tutelarne i brulli e petrosi dossi. Audaci e schive al tempo stesso, piene digrazie e di flessibile forza, son le prime a
fiorire; o piuttosto schiudono appena i calici e restano lungamente in attesa, parendo sonnecchiare. In realtà guatano coi loro bocciuoli, come con occhi tra palpebre socchiuse, l'avvento della vera primavera.
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