l'è ina cosa assè rèa & Migranti, tabarchinità e Giuseppe Maria Raffo








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u çe u s'èa fetu scüu e, pai Tabarchin zà a l'è ina cosa assè rèa. Dapö, squaixi sübetu ean caite e primme stisse d'ègua. Lè ascì a s'èa taxìa, ansi a pensòghe, puaiva che se fise affermàu u mundu intregu, orménu u nostru mundu. Pe prima in pichetò in scê fögge du geragnu, apröu ciü 'nscistente ma tostu invisibile; l'odù de tèra a muntò, végiu in memoia; â fin ègua grossa, zü a cazze de tencia, de buriaña. A canò ch'a l'ea virò, ancun pe lavò i taiti, a s'èa missa a cantò a so bella cansun. Sensa uàiau, se gh'ea issàu in'idea e gassette dâ bucca.




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Migranti 


Io non sono di qui. Non appartengo a questa terra dove sono nato; e nella vita si impara, impara chi vuole imparare, che nessuno appartiene alla terra dov’è nato, dove l’hanno messo al mondo. Che nessuno è di nessun posto. Alcuni cercano di mantenere l’illusione e si costruiscono nostalgie, sensi di possesso, inni e bandiere. Tutti apparteniamo ai luoghi dove non siamo stati prima. Se esiste nostalgia, è per le cose che non abbiamo mai visto, per le donne con cui non abbiamo mai dormito, e per gli amici che non abbiamo avuto, per i cibi nella pentola ancora non assaggiati. Questa è la vera e unica nostalgia. 
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Sono certo, più che certo, sia questo il pensare d'ogni essere che decide di lasciare casa; casa dove è stato il primo latte avuto dal seno dell'origine, latte non grasso, latte mai bastante. Per dunque vado, a mio distacco solo pochi cuori, come fiori alla rugiada, tremeranno. Questo è si, il mio pensare mentre in gruppo di non conosciuti fratelli taciti camminiamo .. e camminiamo per paesaggi non noti, paesaggi da subito scordare, per sentieri non segnati e, nell'irraggiungibile orizzonte prove e ostacoli e fame e sete e timore d'ogni straneità d'uomo ancor più del lontano, buio mugolo d'affamata belva. Impossibile non sentirsi legato al gruppo come per un vizio antico, elementare, innocente; pare perfino il legame in giovane età avuto con le distese dei campi del villaggio natio, sembiante vinciglio alle radici fino allora certe. Ad ogni passo è il cancello della identità, l'abbandono della purezza arcaica rotta nel mio io, lentamente, inesorabilmente rotta. Spesso tornano fantasmi di tempo andato forse presto, troppo presto abbandonati da questo illogico, incognito pur fascinoso calcolo; forse sono in cerca di una scorciatoia ch'ora pare più lunga e oltremodo più scomoda della stessa via, forse è attrazione al solo fantasma che traspare e mostra un altro mondo, un mondo più colorito dove sarà possibile avere una vita che ha peso, tempo e lotta dove affermarsi. Al risveglio è ripresa di nuova energia che pervade di me ogni cellula, il fiore che amerò avere è nuovamente bello, per forma de' petali, per il profumo, il suo colore, e non per le sue similitudini con l'amore mistico o qualche cosa d'altro. E' inganno nel qual credo e dove voglio stare? No! Ora è il gruppo, ora è già nuova esistenza in essa nuovo amore, pari amore come si ama il proprio sangue, la propria anima. 
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Nelle costernate attese, livide, silenziose, soffoco nel petto grido di dolore; al pari è la stessa asciuttezza conosciuta in giovine età, ma qui, al posto di leggeri mutamenti di umori e sentimenti è possibile la catastrofe che schiaccia il cuore, che non da tregua, una catastrofe condivisa con la lunga fila d'uomini e donne, madri e mogli. Oh Dio, dove sei Dio ora che questa squallida ingiustizia può compiersi, quasi sto in cerco di infero rifugio dove ben mi ritrovo, stanco. Come me tutti e d'essi mi rammento in interezza, in ogni dove. Pensieri i miei pervasi da folle di memorie e suoni di tamburi e balli dalla complessa decifrazione che vanno al chiudermi la mente e la bocca tormentata, e se così sarà, gli occhi avranno ancora lacrime da versare … Il nuovo è davanti a noi, è una distesa liquida, infinita. Tante volte pensato in modo indistinto, non certo, concettoso, adesso era lì immenso, era quello dunque il “Mare”! Per quanto grande non era possibile immaginarlo tanto, il profumo fresco, salino staccava la polvere, i pensieri ignoti. Il mio corpo ora, ancor più, pareva a me stesso estraneo, la “grande distesa” nel mattino presto di quel sconosciuto giorno era al mio sapere arcano, cupo, solo il nascente sole mi era commesso. Diveniva leggero il gréve, involto fardello di adesso inutili cose, che nel cammino ho con me tradotto allo spaccarmi la schiena. Tutti fin allora noi schiavi restii, pur schiavi volutamente donati al barbaro. 
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Io soltanto fingo di non avere paura, in fondo dovessimo morire al mondo non cambierà niente … .. ancora nascosti, invisibili così come ci fu raccomandato tra il tanto verde, .. il vento dell'attesa fa risuonare.  
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Navette di candidi uccelli agilmente, senza apparente battito d'ala, volano; uccelli che con goffa lagnanza emettono non felice richiamo. Quei suoni innaturali parevano dare avvertenza di prossimi giorni non caldi, loro parlavano e noi tutti muti tra mucchi di erica bruna talvolta appesa a complici alberi, noi unica eccezione al luogo, adesso, piano, respiravamo. … Nessuno di noi avvertì il suo giungere; il barbaro con strani abiti era venuto a contarci; a gesti ci fece intendere che avremmo dovuto dividerci, fu come a chiederci di dividere quel che da tempo era divenuto il nostro nuovo corpo. 

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