Georgien 2008

Georgien 2008

DIE ACHTE ELEGIE / L'OTTAVA ELEGIA











Rudolf Kassner zugeeignet





MIT allen Augen sieht die Kreatur 
das Offene. Nur unsre Augen sind 
wie umgekehrt und ganz um sie gestellt 
als Fallen, rings um ihren freien Ausgang. 
Was draußen ist, wir wissens aus des Tiers 
Antlitz allein; denn schon das frühe Kind 
wenden wir um und zwingens, daß es rückwärts 
Gestaltung sehe, nicht das Offne, das 
im Tiergesicht so tief ist. Frei von Tod. 
Ihn sehen wir allein; das freie Tier 
hat seinen Untergang stets hinter sich 
und vor sich Gott, und wenn es geht, so gehts 
in Ewigkeit, so wie die Brunnen gehen. 
   Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag, 
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen 
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt 
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine, 
Unüberwachte, das man atmet und 
unendlich weiß und nicht begehrt. Als Kind 
verliert sich eins im Stilln an dies und wird 
gerüttelt. Oder jener stirbt und ists. 
Denn nah am Tod sieht man den Tod nicht mehr 
und starrt hinaus, vielleicht mit großem Tierblick. 
Liebende, wäre nicht der andre, der 
die Sicht verstellt, sind nah daran und staunen... 
Wie aus Versehn ist ihnen aufgetan 
hinter dem andern... Aber über ihn 
kommt keiner fort, und wieder wird ihm Welt. 
Der Schöpfung immer zugewendet, sehn 
wir nur auf ihr die Spiegelung des Frein, 
von uns verdunkelt. Oder daß ein Tier, 
ein stummes, aufschaut, ruhig durch uns durch. 
Dieses heißt Schicksal: gegenüber sein 
und nichts als das und immer gegenüber. 

Wäre Bewußtheit unsrer Art in dem 
sicheren Tier, das uns entgegenzieht 
in anderer Richtung -, riß es uns herum 
mit seinem Wandel. Doch sein Sein ist ihm 
unendlich, ungefaßt und ohne Blick 
auf seinen Zustand, rein, so wie sein Ausblick. 
Und wo wir Zukunft sehn, dort sieht es Alles 
und sich in Allem und geheilt für immer. 

Und doch ist in dem wachsam warmen Tier 
Gewicht und Sorge einer großen Schwermut. 
Denn ihm auch haftet immer an, was uns 
oft überwältigt, - die Erinnerung, 
als sei schon einmal das, wonach man drängt, 
näher gewesen, treuer und sein Anschluß 
unendlich zärtlich. Hier ist alles Abstand, 
und dort wars Atem. Nach der ersten Heimat 
ist ihm die zweite zwitterig und windig. 
O Seligkeit der kleinen Kreatur, 
die immer bleibt im Schooße, der sie austrug; 
o Glück der Mücke, die noch innen hüpft, 
selbst wenn sie Hochzeit hat: denn Schooß ist Alles. 
Und sieh die halbe Sicherheit des Vogels, 
der beinah beides weiß aus seinem Ursprung, 
als wär er eine Seele der Etrusker, 
aus einem Toten, den ein Raum empfing, 
doch mit der ruhenden Figur als Deckel. 
Und wie bestürzt ist eins, das fliegen muß 
und stammt aus einem Schooß. Wie vor sich selbst 
erschreckt, durchzuckts die Luft, wie wenn ein Sprung 
durch eine Tasse geht. So reißt die Spur 
der Fledermaus durchs Porzellan des Abends. 

Und wir: Zuschauer, immer, überall, 
dem allen zugewandt und nie hinaus! 
Uns überfüllts. Wir ordnens. Es zerfällt. 
Wir ordnens wieder und zerfallen selbst. 
Wer hat uns also umgedreht, daß wir, 
was wir auch tun, in jener Haltung sind 
von einem, welcher fortgeht? Wie er auf 
dem letzten Hügel, der ihm ganz sein Tal 
noch einmal zeigt, sich wendet, anhält, weilt -, 
so leben wir und nehmen immer Abschied.












L’OTTAVA ELEGIA

                           Dedicata a Rudolf Kassner





Con tanto d’occhi, la creatura vede
l’aperto. Solo i nostri occhi sono
come al contrario e posti tutto intorno 
come trappole, intorno all’uscita libera.
Cosa c’è fuori, lo sappiamo solo dall’aspetto 
dell’animale; poiché già da piccolo il bimbo
lo voltiamo e costringiamo a vedere all’indietro
la figura, non l’aperto, che
nel volto dell’animale è tanto profondo. Libero dalla morte.
Lei solo noi la vediamo; l’animale, libero
ha già dietro di sé il suo tramonto
e davanti a sé Dio, e se possibile, ora
in eterno, come scorrono le fontane.
   Noi non abbiamo mai, non un unico giorno,
il puro spazio davanti, in cui i fiori
sbocciano all’infinito. Sempre c’è mondo
e mai nessunluogo senza niente: ciò che è puro,
incustodito, che si respira e
all’infinito si sa e non si brama. Bimbo
uno si perde nella quiete e viene
commosso. Oppure un altro muore ed è quello.
Perché vicino alla morte la morte non si vede piú 
e si guarda fisso verso il fuori, forse con grande sguardo animale.
Gli amanti, non fosse l’altro, che
devia la vista, sono vicini a farlo e si stupiscono…
Come per sbaglio viene loro aperto 
dietro all’altro….Ma sopra a lui
nessuno riesce a procedere, e di nuovo gli diventa mondo. 
Sempre volti alla creazione, vediamo
solo su di lei lo specchiarsi dell’aperto,
scurito da noi. Oppure, che un’animale,
uno muto, alzi su di noi uno sguardo calmo.
Questo si chiama destino: esser di fronte
e nient’altro che questo e sempre di fronte.

Se fosse consapevole della nostra maniera 
l’animale sicuro, che ci trae
in altra direzione –, ci trascinerebbe in giro
nel suo vagare. Il suo essere invece gli è
infinito, non racchiuso, e, senza lo sguardo
al suo stato, puro come la sua prospettiva.
E dove noi vediamo futuro, là vede il tutto,
e sè stesso nel tutto, e guarito per sempre.

Eppure nell’animale attento e caldo sono
peso e cura di una grande tristezza.
Perché anche a lui grava pur sempre, ciò che noi
spesso soverchia, – il ricordo, 
come se già una volta quello verso cui si anela,
fosse stato piú vicino, piú fedele, e il suo contatto
di infinita tenerezza. Qui tutto è distanza,
e là era respiro. Dopo la prima patria
la seconda per lui è ambigua e piena di vento.
   Oh beatitudine della creatura da piccola,
che sempre resta nel grembo, che la portò;
oh felice la zanzara, che ancora dentro saltella,
perfino quando sposa: perché il grembo è tutto.
E vedi la mezza sicurezza dell’uccello
che quasi sa tutte e due i modi, la propria origine,
come fosse un’anima degli Etruschi,
da un morto, che uno spazio accolse,
tuttavia con la figura in riposo per coperchio.
E come scioccato è chi deve volare
e proviene da un grembo. Come spaventato
di se stesso, ritaglia l’aria, come quando s’incrina
una tazza. Cosí sfreccia la scia
del pipistrello nella porcellana la sera.

E noi: spettatori, sempre, ovunque,
a tutto questo rivolti e mai verso il fuori!
Ci colma. Lo ordiniamo. Crolla.
Lo ordiniamo di nuovo e crolliamo noi.
Chi ci ha capovolto allora, cosí che
qualsiasi cosa facciamo, siamo nella posizione
di uno che va via? Come chi
sull’ultimo colle che ancora una volta gli mostra
tutta la sua valle, si volge, si ferma, indugia –,
cosí viviamo, e prendiamo sempre congedo.













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