Georgien 2008

Georgien 2008

Remigio Zena


Remigio Zena (1850 – 1917)
pseudonimo di Gaspare Invrea

 

 

da: In Yacht da Genova a Costantinopoli

Se non ce lo fossimo sentito ripetere a sazietà, non avremmo creduto mai che quella fosse la gran basilica di Giustiniano, il maggior tempio dell'universo dopo San Pietro di Roma. Tutti gli scrittori hanno un bel mettere sull'avviso chi giunge a Costantinopoli la prima volta che Santa Sofia, deturpata o soffocata da una congerie di costruzioni massiccie che le si raggruppano intorno come per appuntellarla, non rivela più nulla, nell'aspetto esterno, della sua forma architettonica, pure l'ingrata sorpresa che se ne riceve è tale da non cacciar via il dubbio d'essere zimbello d'una strana allucinazione o piuttosto d'una canzonatura. Santa Sofia quell'ammasso informe e pauroso d'edifizi nudi e di contrafforti, che addossati ai fianchi e alle spalle del corpo principale, gli danno il carattere d'un'opera di guerra e schiacciano la cupola, la sublime cupola, che scintillava un tempo sotto i raggi del sole come un globo di fuoco e ora, grigia, quasi nera, si direbbe sepolta nell'ombra? Cotesti edifizi irregolari servono al nuovo culto, i contrafforti sono sostegno e difesa della basilica che minacciava rovina, ma ciò non toglie che sia un vero pianto scorgere così ridotto il primo monumento dell'Oriente cristiano, intorno a cui si esaurirono gli ingegni e i tesori dell'Impero.
Stanchi morti pel caldo e pel cammino, ci buttammo a sedere sotto il tetto sporgente della fontana d'Ahmed. Un po' d'ombra per refrigerarci! Sulle prime, tutti occupati dal pensiero di trovarci in presenza di Santa Sofia, non ponemmo mente più che tanto al nostro ricovero; poi, vista una comitiva di tedeschi che accompagnata dal suo dragomanno ci girava intorno estasiandosi, osservando scrupolosamente ogni minuto particolare, in buon punto ci sovvenne della descrizione entusiastica di De Amicis e fummo tosto in piedi per osservare anche noi. Ha ragione De Amicis: non si può imaginar nulla di più artistico e di più gentile, nulla di più ricco e di più bizzarro: simile a una piccola pagoda coronata da cinque cupoline, questo tempietto è tutto da cima a fondo un pizzo di marmo bianco, un ricamo finissimo, nel quale non si sa se sia maggiore la pazienza o la grazia o l'eleganza del lavoro, trafori, arabeschi, nicchie, colonnette, guglie; a volere esaminar tutto attentamente c'è da diventar ciechi, e la conclusione è che se questo miracolo dell'arte turca invece d'essere sopra una piazza polverosa fosse in un boschetto solitario di cipressi e di terebinti, si direbbe l'abitazione di una fata.
Intanto il ragazzo era sparito; l'altro importuno se ne stava appoggiato a un albero, senza più fiatare e guardandoci con occhio languido, quasi piangente. Dietro mia iniziativa, si tenne consiglio: giunti a Santa Sofia dopo aver fatto tanta strada, volevamo andarcene a denti asciutti per poi dover tornare un'altra volta? A penetrare noi soli nella moschea, neanche pensarci; il meglio non sarebbe stato venire a patti con quel vero o finto dragomanno e fissarlo pel resto della giornata? La sua persistenza e il suo aspetto rassegnato ci avevano mosso a compassione; guardandolo bene non ci sembrava antipatico e finimmo per fargli cenno d'accostarsi, decisi a lasciarlo bollire nelle sue acque, se come temevamo, avesse preteso un salario ai limiti dell'onesto.
Fu così onesto e moderato nelle sue pretese che ne rimanemmo stupiti: per due lire lire nostre, italiane, di venti soldi l'una egli metteva al nostro servizio la sua scienza, le sue gambe e i suoi polmoni, anche fino a mezzanotte, lasciandoci, s'intende, piena libertà di mandarlo a spasso e cercarcene un altro pei giorni successivi se non fossimo stati contenti di lui. Una delle due: o era un birbante matricolato che ci tendeva un tranello, e in questo caso prima di accalappiarci avrebbe dovuto discorrere con noi, oppure era un povero diavolo che s'ingegnava alla meglio per guadagnarsi tanto da non morire d'inedia, e allora, facendo a lui una piccola elemosina, ci procuravamo la soddisfazione di non tornare a bordo senza aver visitato Santa Sofia. Le trattative furono presto conchiuse, e assicurati dalla guida che per essere ammessi non si richiede più come una volta il firmano, dopo pochi minuti entravamo nel primo vestibolo laterale della moschea, gelosamente custodita da una mezza dozzina di scaccini.
Non c'è più pei forestieri l'obbligo del firmano, ma in compenso c'è quello del backshish, ossia d'una mancia che dovrebbe essere di dieci piastre a testa e invece i signori sacristani aumentano a loro arbitrio, litigando, minacciando i dragomanni allorché questi non sono d'accordo con essi, portandosi via le babbuccie già pronte, se per combinazione trovano i visitatori poco disposti a subire le loro prepotenze. Anche noi si dovette questionare un bel pezzo perché il nostro cicerone, avendoci detto sotto la fontana l'ammontare preciso della tariffa, non voleva assolutamente, pel suo decoro, che sborsassimo un parà oltre le dieci piastre, e avremmo dovuto tornarcene indietro, se per tagliar corto non l'avessimo sollecitato a gettare una buona volta nelle bramose canne la somma richiesta, purché alla fin fine ci fosse consentito l'ingresso. Le babbuccie, di rubrica pei giaurri, ci vennero date, le infilammo sulle scarpe, e dal secondo vestibolo, sollevata una pesante cortina di cuoio, penetrammo nel tempio. [...]
Nel mezzo della navata maggiore, sotto la cupola, un prete dal turbante verde spiegava il Corano con voce monotona, senza gesti, a forse duecento fedeli seduti in cerchio sulle stuoie, mentre molti altri, sparsi nella moschea, pregavano per conto loro, alzando le mani al cielo, prosternandosi, baciando la terra, canticchiando, ed alcuni dormivano saporitamente, sdraiati sotto i pulpiti. Quasi tutti dell'infima plebe; donne, neppur una. Di questa assenza ne chiesi la ragione al nostro mentore, e così gli domandai qualche notizia intorno al culto e al rito musulmano, ma il brav'uomo, levato dalla solita palinodia ciceronesca imparata a mente come un pappagallo, ne sapeva meno di me; ci mostrò sopra un pilastro l'impronta sanguinosa della mano di Maometto II, ci fece toccare attraverso una fessura del rivestimento di bronzo il marmo umido della colonna sudante, tentò spifferarci una filastrocca imbrogliata di cenni storici, e niente più.
Dall'alto della galleria a porticati che fa l'intero giro della moschea, lo spettacolo è sorprendente; di lassù l'occhio comprende meglio nel suo insieme quell'architettura grandiosa e strana, tutta a colonne sovrapposte, ad archi fuggenti, a pilastri enormi, che somiglia a una reggia fantastica, meglio si sprofonda nella vastità della cupola. Trascinando le pianelle sulle stuoie in mezzo ai turchi preganti, tra i marmi ignudi, in quella immensa navata che le finestre innumerevoli rischiarano d'una luce plumbea e malinconica, l'impressione che si prova è quella d'un grande sconforto nel vedere ad ogni passo i segni della barbarie e del fanatismo; ma giunti lassù in cima, la moschea si converte un'altra volta nella basilica di Giustiniano, spariscono le traccie degli invasori, e la mente riconosce nell'arte bisantina che l'ha costrutta l'idea spiccata dell'arte cristiana; cancellando ovunque le imagini, abbattendo la croce e gli altari per erigere un trono nudo e misterioso ad Allàh, Maometto non ha potuto cacciar via Gesù Cristo.


Euterpe

Come i monelli van dei bersaglieri
seguendo la fanfara,
marcando il passo pettoruti e fieri,
così a voi vanno dietro volentieri,
a voi, madonna Clara,
birichini e orgogliosi i miei pensieri.
Siete tutta una musica d'argento,
un sospiro di vento
tra le piante di rosa, un'armonia
di baci e poesia.
E dietro a voi mi trascinate, o mia
limpida sinfonia,
in fondo al precipizio e son contento
perché sol io vi sento.




Tuttilibri:

Poesie grigie, 1880
Le anime semplici, 1886

In Yacht da Genova a Costantinopoli (1887)
Le pellegrine, 1894
Confessione postuma, 1897
L'apostolo, 1901
Olympia, 1905
Le idee del maestro Hoffmann, pubblicato sulla rivista "Intermezzo" nel 1880;  
La cavalcata, L'invitata, La pantera, mai pubblicati finché l'autore fu in vita; L'ultima cartuccia, la cui edizione è del 1983. 



[PDF] 

Poesie grigie - Liber Liber


[PDF] 

Confessione postuma quattro storie dell'altro mondo - Iperteca

 

[PDF] 

ultima cartuccia : racconto - Liber Liber


 



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