Remigio Zena (1850
– 1917)
pseudonimo di Gaspare
Invrea
da: In
Yacht da Genova a Costantinopoli
Se non ce lo fossimo
sentito ripetere a sazietà, non avremmo creduto mai che quella fosse la gran
basilica di Giustiniano, il maggior tempio dell'universo dopo San Pietro di
Roma. Tutti gli scrittori hanno un bel mettere sull'avviso chi giunge a
Costantinopoli la prima volta che Santa Sofia, deturpata o soffocata da una
congerie di costruzioni massiccie che le si raggruppano intorno come per
appuntellarla, non rivela più nulla, nell'aspetto esterno, della sua forma
architettonica, pure l'ingrata sorpresa che se ne riceve è tale da non cacciar
via il dubbio d'essere zimbello d'una strana allucinazione o piuttosto d'una
canzonatura. Santa Sofia quell'ammasso informe e pauroso d'edifizi nudi e di
contrafforti, che addossati ai fianchi e alle spalle del corpo principale, gli
danno il carattere d'un'opera di guerra e schiacciano la cupola, la sublime
cupola, che scintillava un tempo sotto i raggi del sole come un globo di fuoco
e ora, grigia, quasi nera, si direbbe sepolta nell'ombra? Cotesti edifizi
irregolari servono al nuovo culto, i contrafforti sono sostegno e difesa della
basilica che minacciava rovina, ma ciò non toglie che sia un vero pianto
scorgere così ridotto il primo monumento dell'Oriente cristiano, intorno a cui
si esaurirono gli ingegni e i tesori dell'Impero.
Stanchi morti pel caldo e
pel cammino, ci buttammo a sedere sotto il tetto sporgente della fontana
d'Ahmed. Un po' d'ombra per refrigerarci! Sulle prime, tutti occupati dal
pensiero di trovarci in presenza di Santa Sofia, non ponemmo mente più che
tanto al nostro ricovero; poi, vista una comitiva di tedeschi che accompagnata
dal suo dragomanno ci girava intorno estasiandosi, osservando scrupolosamente
ogni minuto particolare, in buon punto ci sovvenne della descrizione
entusiastica di De Amicis e fummo tosto in piedi per osservare anche noi. Ha
ragione De Amicis: non si può imaginar nulla di più artistico e di più gentile,
nulla di più ricco e di più bizzarro: simile a una piccola pagoda coronata da
cinque cupoline, questo tempietto è tutto da cima a fondo un pizzo di marmo
bianco, un ricamo finissimo, nel quale non si sa se sia maggiore la pazienza o
la grazia o l'eleganza del lavoro, trafori, arabeschi, nicchie, colonnette,
guglie; a volere esaminar tutto attentamente c'è da diventar ciechi, e la
conclusione è che se questo miracolo dell'arte turca invece d'essere sopra una
piazza polverosa fosse in un boschetto solitario di cipressi e di terebinti, si
direbbe l'abitazione di una fata.
Intanto il ragazzo era
sparito; l'altro importuno se ne stava appoggiato a un albero, senza più
fiatare e guardandoci con occhio languido, quasi piangente. Dietro mia
iniziativa, si tenne consiglio: giunti a Santa Sofia dopo aver fatto tanta
strada, volevamo andarcene a denti asciutti per poi dover tornare un'altra
volta? A penetrare noi soli nella moschea, neanche pensarci; il meglio non
sarebbe stato venire a patti con quel vero o finto dragomanno e fissarlo pel resto
della giornata? La sua persistenza e il suo aspetto rassegnato ci avevano mosso
a compassione; guardandolo bene non ci sembrava antipatico e finimmo per fargli
cenno d'accostarsi, decisi a lasciarlo bollire nelle sue acque, se come
temevamo, avesse preteso un salario ai limiti dell'onesto.
Fu così onesto e moderato
nelle sue pretese che ne rimanemmo stupiti: per due lire – lire nostre, italiane, di venti soldi l'una – egli metteva al nostro servizio la sua scienza, le sue gambe e i
suoi polmoni, anche fino a mezzanotte, lasciandoci, s'intende, piena libertà di
mandarlo a spasso e cercarcene un altro pei giorni successivi se non fossimo
stati contenti di lui. Una delle due: o era un birbante matricolato che ci
tendeva un tranello, e in questo caso prima di accalappiarci avrebbe dovuto
discorrere con noi, oppure era un povero diavolo che s'ingegnava alla meglio
per guadagnarsi tanto da non morire d'inedia, e allora, facendo a lui una
piccola elemosina, ci procuravamo la soddisfazione di non tornare a bordo senza
aver visitato Santa Sofia. Le trattative furono presto conchiuse, e assicurati
dalla guida che per essere ammessi non si richiede più come una volta il
firmano, dopo pochi minuti entravamo nel primo vestibolo laterale della
moschea, gelosamente custodita da una mezza dozzina di scaccini.
Non c'è più pei forestieri
l'obbligo del firmano, ma in compenso c'è quello del backshish, ossia d'una
mancia che dovrebbe essere di dieci piastre a testa e invece i signori
sacristani aumentano a loro arbitrio, litigando, minacciando i dragomanni
allorché questi non sono d'accordo con essi, portandosi via le babbuccie già
pronte, se per combinazione trovano i visitatori poco disposti a subire le loro
prepotenze. Anche noi si dovette questionare un bel pezzo perché il nostro
cicerone, avendoci detto sotto la fontana l'ammontare preciso della tariffa,
non voleva assolutamente, pel suo decoro, che sborsassimo un parà oltre le
dieci piastre, e avremmo dovuto tornarcene indietro, se per tagliar corto non
l'avessimo sollecitato a gettare una buona volta nelle bramose canne la somma
richiesta, purché alla fin fine ci fosse consentito l'ingresso. Le babbuccie,
di rubrica pei giaurri, ci vennero date, le infilammo sulle scarpe, e dal
secondo vestibolo, sollevata una pesante cortina di cuoio, penetrammo nel
tempio. [...]
Nel mezzo della navata
maggiore, sotto la cupola, un prete dal turbante verde spiegava il Corano con
voce monotona, senza gesti, a forse duecento fedeli seduti in cerchio sulle
stuoie, mentre molti altri, sparsi nella moschea, pregavano per conto loro,
alzando le mani al cielo, prosternandosi, baciando la terra, canticchiando, ed
alcuni dormivano saporitamente, sdraiati sotto i pulpiti. Quasi tutti
dell'infima plebe; donne, neppur una. Di questa assenza ne chiesi la ragione al
nostro mentore, e così gli domandai qualche notizia intorno al culto e al rito
musulmano, ma il brav'uomo, levato dalla solita palinodia ciceronesca imparata
a mente come un pappagallo, ne sapeva meno di me; ci mostrò sopra un pilastro
l'impronta sanguinosa della mano di Maometto II, ci fece toccare attraverso una
fessura del rivestimento di bronzo il marmo umido della colonna sudante, tentò
spifferarci una filastrocca imbrogliata di cenni storici, e niente più.
Dall'alto della galleria a
porticati che fa l'intero giro della moschea, lo spettacolo è sorprendente; di
lassù l'occhio comprende meglio nel suo insieme quell'architettura grandiosa e
strana, tutta a colonne sovrapposte, ad archi fuggenti, a pilastri enormi, che
somiglia a una reggia fantastica, meglio si sprofonda nella vastità della
cupola. Trascinando le pianelle sulle stuoie in mezzo ai turchi preganti, tra i
marmi ignudi, in quella immensa navata che le finestre innumerevoli rischiarano
d'una luce plumbea e malinconica, l'impressione che si prova è quella d'un
grande sconforto nel vedere ad ogni passo i segni della barbarie e del
fanatismo; ma giunti lassù in cima, la moschea si converte un'altra volta nella
basilica di Giustiniano, spariscono le traccie degli invasori, e la mente riconosce
nell'arte bisantina che l'ha costrutta l'idea spiccata dell'arte cristiana;
cancellando ovunque le imagini, abbattendo la croce e gli altari per erigere un
trono nudo e misterioso ad Allàh, Maometto non ha potuto cacciar via Gesù
Cristo.
Euterpe
Come i monelli van dei bersaglieri
seguendo la fanfara,
marcando il passo pettoruti e fieri,
così a voi vanno dietro volentieri,
a voi, madonna Clara,
birichini e orgogliosi i miei pensieri.
Siete tutta una musica d'argento,
un sospiro di vento
tra le piante di rosa, un'armonia
di baci e poesia.
E dietro a voi mi trascinate, o mia
limpida sinfonia,
in fondo al precipizio e son contento
perché sol io vi sento.
Come i monelli van dei bersaglieri
seguendo la fanfara,
marcando il passo pettoruti e fieri,
così a voi vanno dietro volentieri,
a voi, madonna Clara,
birichini e orgogliosi i miei pensieri.
Siete tutta una musica d'argento,
un sospiro di vento
tra le piante di rosa, un'armonia
di baci e poesia.
E dietro a voi mi trascinate, o mia
limpida sinfonia,
in fondo al precipizio e son contento
perché sol io vi sento.
Tuttilibri:
Poesie
grigie, 1880
Le
anime semplici, 1886
In Yacht
da Genova a Costantinopoli (1887)
La bocca del
lupo, 1892
Le
pellegrine, 1894
Confessione
postuma, 1897
L'apostolo,
1901
Olympia,
1905
Le idee del maestro Hoffmann, pubblicato sulla rivista "Intermezzo"
nel 1880;
La cavalcata, L'invitata, La pantera, mai pubblicati finché l'autore fu in vita; L'ultima cartuccia, la cui edizione è del 1983.
La cavalcata, L'invitata, La pantera, mai pubblicati finché l'autore fu in vita; L'ultima cartuccia, la cui edizione è del 1983.
[PDF]
Poesie grigie - Liber Liber
[PDF]
Confessione postuma quattro storie dell'altro mondo -
Iperteca
[PDF]
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