Georgien 2008

Georgien 2008

Posa la luna, eccetera. Smitizzata.










    Ragazzi, rimanga fra noi, ma tutto quello che è successo era abbastanza prevedibile. Che ce la facessero, intanto: tre uomini sul cosiddetto veicolo spaziale ad «orbitare» attorno alla luna. Che ce la facessero, altri quattro uomini a trafficare in orbita dentro e fuori un altro veicolo, sganciando e riagganciando. Che ce la faranno: a scendere sulla  luna, e neanche fra molti mesi. Prevedibili i discorsi della gente: allunaggio.
    Ha spiegato dottamente Walter Chiari, tempo fa a «Canzonissima», che solo nelle lingue neolatine si ha questo equivoco, per cui «terra» significa due cose: il nostro pianeta e il suolo su cui camminiamo. In inglese, per esempio, le parole sono due: earth è il pianeta, land il terreno. Quindi si può atterrare (land) sulla luna. Benissimo. Anche questo discorso era previsto. Previsti i giochetti di parole sugli abitatori della luna (ossia, gli uomini che ci andranno ad abitare): oggi c’è il chiaro di terra, che ti succede, hai la terra di traverso? Stasera ceniamo sul lunazzo, stai coi piedi sulla luna, lunemoto, lunestre, «nu quarto ‘e terra» e così via.
Erano prevedibili anche i discorsi dei letterati: che fai tu terra in ciel, eccetera. Posa la luna, eccetera. Smitizzata. Ridicolizzata dall’ingegno umano che non conosce frontiere eccetera. Ravvicinata a noi. Sdrammatizzata. Tolta alla contemplazione degli amanti. Come il cuore da Barnard: un muscolo qualsiasi. Dicono così. Già, ma se Barnard avesse trapiantato, che  so un naso (difficilissimo) non avrebbero fatto tanto baccano. Il baccano c’è stato perché il cuore è sempre cuore. E’ il cuore di mamma, quello di Gesù, il sacro cuore. Altro che smitizzato. Così la luna. Scendere sulla luna fa più effetto che scendere, mettiamo, su Giove, che è più lontano ancora. Molto più lontano. Proprio perché la luna è quella cui si rivolgevano gli innamorati, quella che posava quieta sovra i tetti e sovra gli orti. La luna della nostra astrologia popolare, per cui il lunatico è quello che noi diciamo matto. (C’è anche, per’ la verità il gioviale, il marziale, e il morbo venereo, ma il secondo e il terzo non ci vengono dai pianeti, bensì dagli dei) . La luna della nostra poesia, perché dove andò Astolfo a cercare il senno di Orlando? Andò sulla luna. Si è anche sentito dire che andar sulla luna non serve a nulla. Una volta atterrati (il Chiari ci autorizza a usare questo verbo) non ci sarà da far altro che voltare i tacchi e tornarsene quaggiù. (Quaggiù è sicuramente improprio, perché alto e basso nelle spazio non esistono). Non c’è vegetazione, non c’è acqua, non c’è aria, non ci sono animali e men che mai uomini. Non c’è un tubo di niente. Non sperate di piazzarci basi militari, o colonie agricole. Non sperate. Forse una base spaziale per andare più in là? Ma più in là dove? Su Marte? E cosa c’è su Marte? Un tubo di niente, su Marte, come sulla luna. Identico preciso spiccicato. Questo si è sentito dire, prevedibilissimo. Imprevedibile è stato invece il pensiero di un illustre medico di parte cattolica, e cioè: la scoperta dell’allunaggio (termine ridicolmente pedante) e la conquista dello spazio sono la risposta della scienza alla pillola. Possiamo moltiplicarci a piacere, tanto i nostri nipoti andranno altrove. Hai capito? E come decideremo chi mandare su (inesatto, lo so). Per sorteggio? Per estrazione? Per forza? Saranno poi molti i volontari disposti a partire? Queste son domande che vanno fatte.
    Si è sentito dire che questa della corsa alla luna, e oltre, è il surrogato della terza guerra mondiale. Le due grandi potenze, convinte che lo scontro sarebbe mortale per l’una e quasi mortale per l’altra, hanno deciso di gareggiare in quel modo, facendo a chi ha il razzo più lungo e più potente. Proprio come fanno certi giovani coi loro attributi virili. La spesa oltre tutto è minore, anche se non molto minore, le vittime sono infinitamente più limitate, la gara di prestigio equivalente e in più c’è l’ammirazione di tutto il mondo, o quasi. Intanto, per tenersi in allenamento, c’è Hanoi, c’è Praga. E va bene. Se i generali non riescono a vivere senza qualche giocarello fra le mani, facciano pure questi bambinoni: diamogli l’Apollo e diamogli il Sojus.
Una cosa non si è sentito dire. E allora la dico io. Solo in apparenza la luna adesso è più vicina. In realtà è molto più lontana. Cioè, la luna che conoscevo io, anni fa, era lì dietro il pagliaio. Sapevo a che ora spuntava, quando non spuntava affatto (luna nuova) . Aveva una precisa influenza sulle semine e sui raccolti. Regolava i corsi delle donne. Illuminava la strada allo stanco viandante. Faceva abbaiare i cani e finalmente ispirava ai poeti malinconici pensieri sulla sorte dell’uomo. Si poteva chiederle cosa fai tu, luna, in cielo. Ora non glielo possiamo domandare più, perché la risposta ce l’ha data. E la risposta è niente. Definitivo. Chiuso. Ora la luna è distante centinaia di migliaia di chilometri e io sono sicuro che non ci andrò. Certo alcuni miei simili ci andranno, ma io son certo che alcuni miei simili diventeranno presidenti della repubblica, re, imperatori, cardinali, papi, oppure cambieranno sesso. Saranno, voglio dire, infinitamente pochi. Dire che l’uomo ha messo piede sulla luna equivale a dire che l’uomo è diventato papa. Lui, e basta. Io no. Presidente della Repubblica. Lui.
    Stamani ho voluto fare una prova. Dalla mia capsula spaziale, che ha la forma di una stanza d’albergo, guardavo gli abitanti del pianeta Terra passare per i corridoi di un ufficio, alla incredibile distanza di venti metri. E siccome mi faceva piacere vederli, li salutavo, da dietro il vetro, tutti. Uomini e donne. Non uno mi ha risposto. Anzi, io che me ne intendo leggevo nel loro cervello queste parole. Gli uomini: «In albergo ci dev’essere un finocchio». Le donne: «In albergo ci deve essere un puttaniere». Che fai tu luna in ciel?
 
*

    Mia madre era maestra. O meglio, mia madre è maestra, anche se l’hanno mandata in pensione, di sorpresa: aveva raggiunto i limiti di anzianità, ormai da quattro anni, e la burocrazia non s’era accorta di questo fatto. Mia madre stava zitta, non mollava, restava abusivamente sulla breccia, in barba al ministero della pubblica istruzione. Ma poi qualcuno scoprì la grossa magagna, e la misero fuori, dopo quarantaquattro anni di servigio nelle scuole, prima del regno e poi della repubblica. Mi sono poi convinto che una persona può «diventare» scrittore, imbianchino, falegname, ma mia madre era nata maestra e fu maestra per tutta la vita. Lo è anche adesso, sia pure in pensione. Come con le suore: una si può togliere il soggolo e il velo, ma suora era e suora rimane.
    Cominciò a lavorare nel Quattordici: allora io non c’ero, ma mio padre sì. Eran stati compagni di scuola, mio padre e mia madre, alle normali, dove si diventava maestri, e credo che si fossero amati fin dai banchi di scuola. Non ho mai osato indagare a fondo, ma da certi accenni che ho sentito da lei (mio padre era estremamente riservato nelle faccende del sesso) credo che non abbia mai conosciuto altro uomo, né lui, per lo meno a fondo, altra donna.
Mia madre ebbe il suo primo incarico alla scuola elementare di Montepescali, singolarissimo paesino a undici chilometri da Grosseto. Io ci sono stato, più tardi, per altri motivi: per esempio, mi ci chiamarono a leggere e commentare lo statuto quattrocentesco di quel comune, che si conserva nella Biblioteca Comunale Chelliana di Grosseto, della quale ero un tempo (io anarchico dichiarato, figurarsi) nientemeno che il «conservatore». Infatti era questo il titolo ufficiale che beffardamente mi spettava. E io non mancai di ricordare che proprio lì a Montepescali mia madre aveva fatto il suo primo anno di maestra. Qualcuno se la rammentava, diciottenne, minuta, bruna, con due bellissimi occhi scuri, un incarnato da araba: io le somiglio molto, anche se sono grande e grosso, e si stenta a credere, vedendoci insieme (quaranta chili, lei), che siamo madre e figlio. Da qualche parte devo avere scritto che fra i miei ascendenti materni ci fosse un pirata marocchino, e in casa, dalla bocca di mia nonna (Albina), sentii dire che la nostra famiglia doveva ereditare la bellezza di sette milioni, di prima della Grande Guerra, nella città di Fez. Come spesso mi accade, quando nomino una città, prima o poi ci vado, e infatti lo scorso anno fui a Fez, ma mi dimenticai di chiedere la liquidazione (sette miliardi ormai) della famosa eredità. Ma pazienza: mia madre, che si chiamava, da ragazza, Adele Guidi, non se la prende troppo e campa largamente sulla sua pensione: tenendo conto, naturalmente, del fatto che mangia come un uccellino.
Nel Quattordici, dunque, mia madre cominciò a fare la maestra e già aveva in cuore un uomo, vale a dire mio padre. Bene, lei era nata maestra, mio padre invece non era nato nulla. Nel Quattordici, manco a dirlo, faceva il militare di leva, aveva un nome assurdo, come spesso capita in Toscana (si chiamava – arrossisco – Atide), non aveva finito gli studi, nonostante le sollecitazioni a ben fare che gli venivano da lei, ottima scolara, e gli capitò fra capo e collo la prima guerra mondiale.
    Se la fece tutta, fu tre volte ferito, fu sovente minacciato di medaglie d’argento, ma non fece nulla per farsele dare, arrivò, da soldato semplice, al grado di capitano, e alla fine della guerra si ritrovò regolarmente disoccupato, come successe a tanti. Io rammento sempre di quando, frugando abusivamente fra le carte segrete, trovai la copia di una sua lettera a Sua Eccellenza Benito Mussolini: faceva presente il suo caso di combattente valoroso che però rischiava di non dare il becchime al suo figlioletto neonato. E quel figlioletto per il quale Atide Bianciardi chiedeva non un soccorso, ma un lavoro, a Benito Mussolini, ero proprio io.
Infatti io venni al mondo poche settimane dopo l’avvento al potere del fascismo, in una casa che si trovava, allora, alla periferia di Grosseto, una strada che neanche aveva un nome. Più tardi, quando fui dipendente, come «conservatore», del comune di Grosseto, andai a guardare nei vecchi registri, e scoprii di essere nato, da Bianciardi Atide e da Guidi Adele, nella seconda traversa della via Rosellana. Rosellana perché portava a Roselle, antica lucumonia etrusca e sede di una sorgente di acqua termale, dove più tardi mi capitò di bagnarmi, in compagnia di mia madre che – lo rammento benissimo – si immerse vestita da capo a piedi.
    Mio padre era come me, che son diventato scrittore dopo aver fatto parecchi mestieri. Quando nacqui era un reduce disoccupato: poi fu fattorino alle poste, giovane di studio di un avvocato, uomo di fiducia del signor Barbieri, e alla fine cassiere in una banca, che si chiamava naturalmente la Banca Toscana. Quando io m’accorsi della sua esistenza, era appunto diventato cassiere. Di prima non ho ricordi. Lo vedevo arrivare, d’estate, con gli occhiali da sole, mentre io stavo al caffè a sentire le tappe del giro di Francia: Paris-Caen, Caen-Dinan, Dinan-Brest, giù giù fino a Charleroi-Paris. Le avevo imparate a memoria. Al caffè mi ci mandava mia madre per comprare il ghiaccio, da mettere dentro il fiasco con l’apposito incavo, appunto, per metterci il ghiaccio.
Non eravamo poveri, non lo siamo mai stati, eppure si faceva una vita molto modesta: non rammento, d’inverno, che mi fosse mai toccato un arancio intero, alla fine del pasto. Al massimo mezzo. Diceva mio padre: «Poco, ma sempre». E siccome era uomo di banca, e nelle banche credeva, era tutto dalla parte del risparmio. Alla vigilia della seconda guerra mondiale (guerra che toccò a me, ma anche a lui) aveva messo assieme un milioncino, in buoni del tesoro. Il milioncino è ancora lì: ai tempi di mio padre ci si sarebbe potuto comprare un grattacielo, ora non basta per una stanza disadorna. Ma tant’è, i padri sono padri, e non bisogna mai metterli in discussione. Li si pigliano come càpitano.
Ma mia madre no. Mia madre io la metto in discussione perché era – ed è – una maestra. Mia madre io la metto in discussione perché è viva, mentre mio padre è morto, pochi mesi dopo che i direttori centrali della sua banca l’ebbero buttato fuori, in malo modo, dallo sgabuzzino dove dalla mattina alla sera contava i soldi altrui, e gli era perfino venuto, a furia di contare, il callo al dito indice della mano sinistra, quella che regge il mazzo. Se ci penso ora, mio padre risparmiatore e teorico del risparmio (si era addirittura convinto che fosse immanente la rivalutazione della lira – ciò che dal tempo dei Medici in Italia non è mai più successo), mio padre, dicevo, m’ispira una profonda pietà, e riesco persino a comprendere la sua autentica buona fede, nei rapporti che ebbe con me.
Perdono a mio padre alcune cose abbastanza gravi: non mi diede mai la chiave di casa, neanche quando fui adulto, eppure lasciò che mi mandassero a fare la guerra, senza protestare. Al ritorno piantai la grana e gli dissi: «Caro babbo, in guerra mi ci hai lasciato andare, e in guerra la chiave non serviva. Ora mi dai la chiave di casa o succede la fine del mondo». E mio padre accettò per giusto il mio ragionamento. Gli perdono di aver risparmiato stoltamente un mucchio di soldi, togliendosi quasi letteralmente non dico il pane di bocca, ma un vestito nuovo a Pasqua, una cena con gli amici, persino – va là – una donna di breve momento.
Mia madre invece io voglio e debbo metterla in discussione. Vediamo in che modo. Io venni al mondo in una provincia che oggi può ben dirsi remota, lo riconosco. Rammento che l’unica automobile del quartiere era quella del signor Bartalesi, allora autista di piazza. Rammento che quando osammo, io e altri tre ragazzotti, issarci sul predellino per guardare dentro, il Bartalesi sopraggiunse e ci picchiò duramente: io caddi in terra, l’omaccione mi mise un piede sul collo, e tanto fu lo sgomento che mi feci la pipì nei calzoncini. Non osai dire nulla a mio padre, che poco dopo arrivava, coi suoi occhiali neri, dalla banca.
    Non eravamo poveri: era povera, globalmente, la società italiana. La bicicletta di mio padre veniva lustrata ogni giorno, e curata come se fosse d’oro. I miei vestiti erano spesso rifatti su quelli che mio padre – dopo anni d’uso – smetteva. Le scarpe venivano risolate anche cinque o sei volte. Non si buttava via nulla. Una volta che mio padre acquistò un atlante geografico, a rate, pagandolo trecento lire, successe una specie di tragedia, mia madre pianse e lo accusò di volere la fine della famiglia. Io non ci capivo niente, e forse fu allora, per reazione subconscia, che decisi di non risparmiare mai una lira in vita mia, di non tesaurizzare. Lo so, in seguito ho comperato un appartamento, ma mi sono affrettato a regalarlo alla donna che amo.
    Alle orecchie di mia madre queste sembreranno eresie, perché è rimasta fedele agli insegnamenti dello sposo suo, e continua a risparmiare, tanti bei soldini che le vengono inevitabilmente sottratti dai suoi nipoti, cioè dai miei figli, che sono due emeriti ruffiani. Ma questo è un discorso contemporaneo, mentre qui s’ha da parlare di mia madre Adele Guidi sposata Bianciardi di professione maestra, così com’era quando io venni al mondo e tentai di crescere: nel fisico ci sono riuscito, ma nel resto ne dubito. Ebbene, io bambino non amavo mia madre e ora mi provo a spiegare perché non l’amassi come in fondo meritava.
Intanto, mia madre era piccola e magrissima. Non so come abbia fatto ad allattarmi. So di sicuro che, quando era incinta di me, la gente le diceva «signorina», tanto non si vedeva il suo stato. Eppure quando nacqui pesavo più di quattro chili, ero incredibilmente lungo, e avevo due occhi enormi. Non ho mai capito come sia successo, dove mi tenesse, dentro il suo grembo. Ma soprattutto mi mancò, bambino, una madre dal petto vasto e accogliente, che mi ospitasse e mi riposasse. Forse per questo, dopo di allora, ho sempre cercato donne prosperose, e ho detestato le mode dimagranti e altre simili bubbole.
    Ma i guai seri, nei rapporti fra me e mia madre, cominciarono quando entrai nell’età della scuola. L’ho già detto, mia madre era ed è maestra: ma non soltanto a scuola. No, mia madre era ed è maestra sempre, anzi, a casa lo era di più. A quei tempi, ovviamente, mia madre conosceva tutte le maestre di Grosseto, che non erano poi troppe. Forse una decina. E conosceva anche tutti gli alunni, e le alunne. Ci sono uomini sui sessanta che sono stati suoi scolari: ora magari fanno i bottegai, hanno un sacco di soldi, eppure della maestra Bianciardi si ricordano sempre, le parlano, le sorridono, le fanno lo sconto e le chiedono come sta il su’ figliolo. Che sarei io: il bimbo. Anche io mi rammento della maestra Bianciardi, si capisce, perché la conosco meglio di chiunque altro, essendo stato suo alunno, prima che figlio, per la bellezza di trentadue anni (a parte quelli della guerra, che non contano).
    È come avere una «maestra a vita», e le maestre a vita non sono comode, provare per credere. Oltre tutto, mia madre faceva il suo mestiere con molto scrupolo, e direi anche con molto coraggio. Dopo l’incarico a Montepescali ne ebbe un altro, addirittura, in Calabria, e se si pensa a qual’era la condizione della donna in quegli anni, bisogna riconoscere che una giovinetta diciottenne, se decideva di andarsene, sola, dalla Maremma alla Calabria per lavorare, doveva avere un certo bel temperamento. E mi dicono che laggiù le volevano bene. Il direttore della scuola calabra, quando arrivò mia madre insieme ad altre due maestre del «nord» (per i calabresi nord significa tutto quello che sta più su di Salerno), convocò le famiglie degli scolari e fece questa specie di discorso:
    «Compari, queste tre signorine sono venute dal Settentrione per insegnare ai vostri figli come si legge, si scrive e si fa di conto. Sono tre signorine molto istruite e molto brave come maestre. Si sacrificano nello stare lontane dalle loro case, e lo fanno per voi. Lo stipendio lo mandano tutto ai loro cari. Ebbene, voi dovete provvedere al loro sostentamento, ognuno nella misura delle sue possibilità. Le signorine se lo meritano, e tanto basti ».
    Lo so, è un discorso un poco mafioso, ma mia madre e le sue colleghe lo accettarono e difatti lo stipendio loro restava ogni mese intatto, e al vitto e alloggio provvedeva la mafiosa comunità di quel paese. Ma questo non c’entra, con la mia educazione sentimentale e intellettuale. Va detto piuttosto che mia madre era perfezionista, e come voleva dai suoi alunni risultati eccellenti, così li voleva da me, non appena fui in età da portare a casa una pagella con su i voti: lodevole, buono, sufficiente e insufficiente.
    Fu in questo modo che io, figlio della maestra Bianciardi, all’età di sei anni, presi a recitare la parte del primo della classe, e la tenni fino al giorno in cui mi sposai, e allora, come vedremo, primo della classe non lo fui più. E non lo sono, per fortuna, neanche adesso. Ora dicono al mio paese che sono «matto»: quelli che mi vogliono bene. Quelli che mi vogliono male dicono che sono «strullo». Tutta un’altra cosa. Anche mia moglie dice che sono «strullo». «Figurarsi,» dice mia moglie «mi ha piantato per andare con una donna!» Se fossi andato con un carabiniere forse sarebbe meno offesa.
    Ma intanto ero il primo della classe: lodevole, lodevole, lodevole. I guai cominciarono quando dalle elementari, dove si pigliava lodevole, passai al ginnasio, dove al posto degli aggettivi, sulla pagella, mettono i numeri: teoricamente, da zero a dieci. Purtroppo, se davano anche zero (addirittura lo zero spaccato, che rappresentava l’ignominia della votazione) non davano mai dieci. Il massimo era otto, e perciò mia madre voleva che pigliassi sempre otto. Questo non solo per il solito motivo dell’orgoglio familiare, ma anche per via del mio cugino Mario, che oggi fa l’architetto e se la cava assai bene.
    La madre di Mario, di nome Isabella, era sorella della madre mia. Mi son dimenticato di dire che, fra le altre cose, mia madre aveva tredici tra fratelli e sorelle legittime. Mettendo nel conto anche gli illegittimi (alcuni dei quali ho avuto modo di conoscere) il conto salirebbe a trentacinque circa: il mio nonno Guidi, morto e sepolto nel Quattordici, quando mia madre esordiva a Montepescali, era uomo piuttosto svelto. Ricordo anche i nomi dei miei zii legittimi: Igeldrada, Isabella, Galeazzo, Gualtiero, Lena, Mara, Luigi, Guido, Francesco, Adelasia, ma ora che ci penso meglio, gli ultimi tre mi sfuggono. Non ha molta importanza, e io non sono nominalista.
    Mia madre invece era perfezionista. Era maestra. Era sorella. E la sua sorella Isabella aveva due figli nati, rispetto a me, «a forcella». Il termine lo traggo dal gergo dell’artiglieria, di cui sono competente perché mio padre, cassiere di banca, voleva fare di me un ufficiale di artiglieria, e io, tanto per saggiare, presi in mano qualche libro, e imparai che cos’è questa forcella. Quando una batteria di bocche da fuoco vuole aggiustare il tiro, spara un colpo lungo, corregge, poi spara un colpo corto, corregge ancora, e al terzo colpo, se tutto va bene, quella batteria fa un bel centro.
    Ebbene, i due figli di zia Isa (così per brevità) avevano l’uno due anni più di me, l’altro due meno. Erano molto bravi. Il piccolo, oggi illustre primario di ginecologia, suonava il pianoforte; il grande, cioè l’attuale architetto, suonava il violoncello. S’imponeva che suonassi qualcosa anch’io, per non sfigurare rispetto alla «forcella » dei due cugini, che oltre tutto erano bravissimi a scuola. Allora dai, violoncello e otto di media, per non sfigurare con la zia Isa e coi suoi due figlioli, che io cominciavo a odiare sordamente.
    Mia madre mi tirava già dal letto alle sei del mattino e mi metteva a ripassare la lezione, già imparata a memoria la sera prima. Se alzavo la testa dal libro succedeva il finimondo. Alle otto mi dava il caffellatte e mi spediva a scuola, che era vicinissima a casa nostra. Dovevo andare a prenderla alla scuola elementare, che era proprio davanti al mio ginnasio. Il mio ginnasio aveva, ed ha, un nome singolarissimo: «Carducci-Ricasoli», due nomi male accozzati: il cantore di Satana e il barone di ferro, reazionario come pochi, anche se meritevole, per aver inventato la ricetta di un vino chiamato Chianti.
    Non appena mia madre, uscendo, mi vedeva, faceva con il capo un gesto interrogativo, come a dire: «Che voto hai preso?» Se il professore non m’aveva interrogato, lei ci restava male. Secondo lei, tutti i professori avevano il preciso dovere di interrogarmi, tutti i giorni, per rendersi conto di quanto ero ben preparato, di come avevo studiato a dovere, di che razza di famiglia era la nostra. Altro che quella dei due ragazzi Santini, miei cugini, che suonavano il piano e il violoncello. Io nel frattempo ero giunto a detestare il violoncello impostomi da mia madre, che mi insegnava un ottimo solista di nome Gastone. E questo Gastone, avendo capito che il violoncello non mi piaceva, per dispetto mi dava in testa l’archetto. Così oltre al violoncello io odiavo anche lui, e soltanto nei miei anni adulti ci ho fatto la pace, anche perché è un uomo carico di disgrazie (ha perso un figlio e due dita della mano sinistra) e mi fa una pena da non dire. Anzi, bisogna che lo dica: pensando a lui mi sono comprato un violoncello nuovo, ho ripreso a suonarlo, non ho scordato i suoi insegnamenti e pare che tutto sommato io non sia poi tanto male, come esecutore di gavotte, ciaccone e passacaglie.
    Se a mia madre dicevo che nel compito il professore mi aveva dato otto, andava già bene. Sette, non tanto. Sei, era subito un gran ceffone. Cinque non so, perché cinque in vita mia non l’ho mai preso. Si tornava a casa, si mangiava (di solito era «zuppa lombarda», e non ho mai capito il perché del nome. Era una zuppa di pane coi fagioli cotti e l’olio crudo). Dopo mangiato sotto a studiare, fino all’ora di cena. Tutti i giorni così? No, il sabato mi lasciavano uscire e io, chiuso in casa per una settimana a sgobbare sui libri, tendevo a non rientrare mai più. Ma rientravo. Veniva mia madre a stanarmi, ai giardini, dove, tramontato il sole, io continuavo a giocare con i compagni più tardivi. Giocavo a guardie e ladri, agli schiri, a filago, a toto, a cincin tre fiaschi di vin, che mi piaceva moltissimo. Anche da piccolo sentivo la suggestione di certe parole prive di senso, come queste del nostro gioco, atletico e linguistico insieme:
    «Cincin tre fiaschi di vin, uno la luna, due il bue, tre un bacino alla figlia del re, quattro la spazzatura del gatto, cinque la cioccolata, sei gli incrociatori, sette pioppini, otto tamburini, nove gazzarra, dieci regalo, undici la camicia da cucì, dodici è bell’e cucita, tredici cavallino sardo, quattordici foto, quindici la via, sedici con tre passi me ne vado a casa mia». Possibile che me ne ricordi, se questo favoloso limerick non avesse un tale fascino da restare in testa a un dimenticone qual io sono?
    Ma mia mamma, che esigeva da me l’otto in tutto, e principalmente nel componimento italiano, non era per niente sensibile a questo tipo di letteratura folklorica. Veniva a stanarmi armata. Sotto il cappotto nascondeva un robusto mestolino di legno duro, e non appena riusciva a mettermi le unghie addosso, mi castigava, peggio che se fossi un marinaio inglese ammutinato. Debbo ammettere che mi colpiva, sapientemente, sulle parti molli, ma neanche in quel modo era divertente. Insomma, ogni sabato sera io riuscivo a rimediare la mia bella razione di mestolinate.
    Tutt’altra cosa la domenica. La domenica andavo alla partita con mio padre, il quale era stato ai suoi verdi anni (cioè prima del Quattordici, anno decisivo nella storia della mia famiglia) un ottimo portiere, con tendenza a uscire di piede contro gli incursori avversari. Si andava alla partita, mio padre mi issava sul muretto, mi commentava le varie azioni del gioco, e fu proprio allora che nacque in me la disposizione a occuparmi di sport in senso professionale, anche se un poco scherzosamente. Del resto mio padre fu dirigente della locale squadra di calcio, e a suo modo persino giornalista sportivo. Scriveva con molta chiarezza.
Il guaio era dopo: l’arbitro dava il fischio del «finis», i giocatori rientravano negli spogliatoi, la gente lentamente sfollava. A quell’ora del crepuscolo, sempre si sentiva il suono triste di una campana, e a me veniva una specie di struggimento, mi sembrava che la breve festa fosse morta, e che quella campana toccasse a de profundis. Questa è letteratura, lo so: ma in realtà io temevo il ritorno a casa, dove mi attendeva mia madre a «farmela scontare», questa breve parentesi di svago. Sotto coi libri, sotto coi quaderni, anche se non ce n’era più bisogno, perché la lezione l’avevo fatta e rifatta, studiata e ristudiata, il sabato. Poi la cena, poi a letto, e la mattina dopo, alle sei in punto, giù dal letto e testa sui libri.
    Pigliavo sempre otto, a volte anche nove, perché dieci non lo davano mai; ma in realtà, se si fosse calcolato il mio impegno, avrei meritato per lo meno undici, e mia madre sarebbe stata finalmente soddisfatta. Poi, a guastare tutto, venne la seconda guerra mondiale, dalla quale mia madre, così protettiva e incombente, non seppe sottrarmi. Ci andai, a un certo punto corsi anche il rischio di non ritornare intero, ma alla fine rieccomi a casa, invecchiato di tre anni, aduso al gergo triviale delle caserme sia in lingua italiana che in inglese, deciso a levarmi di dosso il giogo materno, e cioè a togliere in sposa una mia giovane coetanea.
    Figurarsi la signora maestra! Ma come, ho faticato tanto per dare a mio figlio un titolo di studio (per la storia, una laurea in filosofia perfettamente inutile), mi sono sacrificata per lui, e ora lui si va a mettere con una che ha fatto a stento la quinta elementare. E poi ha avuto un altro fidanzato prima di lui. E cominciò la terza guerra mondiale, incaponito io a sposarmi, incaponita mia madre maestra a dissuadermi da questo precoce matrimonio. La spuntai io.
    Il bello è che aveva ragione mia madre, e quel matrimonio andò puntualmente a monte al consueto appuntamento del settimo anno. Nel frattempo erano nati due figli, che oggi hanno rispettivamente ventuno e sedici anni. Il  « bimbo», come dice la mia legittima sposa, misura più di un metro e novanta e studia – l’incosciente – ingegneria elettronica; la «bambina» (metri uno e settantacinque) fa il ginnasio. Naturalmente vanno da «nonna Adele», la quale presto diventerà bisnonna, ché queste sono le mie tristi previsioni. Tristi perché se mia madre diventa bisnonna, benissimo, ma diventare nonno io, ahimè.
    I «bimbi» vanno dalla nonna e si fanno pagare i voti che pigliano. Per un sette nonna Adele dà cinquecento lire, mille per un otto, millecinque per un nove. Un giorno che mia figlia prese dieci in inglese, volle duemila lire. Lo stesso fa il «bimbo»: per la maturità scientifica si è fatto regalare una miniminor rossa, come quella che adoperano le clacson girls in viale XX settembre, Milano. Nonna gli paga gli studi, gli passa la mancetta per le sigarette (fuma le Muratti, mentre suo padre ha smesso da due anni, con risultati disastrosi) e insomma non è più quella madre maestra e incombente che avevo io, è diventata più tollerante e dolce.
Ogni tanto le telefono. Pesa ancora quaranta chili, ma ha la voce della maestra, portante: arriva fino all’ultima fila di banchi, e forse io la sentirei anche senza bisogno del telefono. Ora che siamo due persone antiche e stanche, abbiamo finito per volerci bene. I nostri colloqui sono molto singolari, e ne voglio dare un esempio.

*


Pronto, chi parla?
«Sono Luciano. »
«Chi Luciano? »
«Come chi Luciano? ll tu’ figliolo, no? »
Credevo che tu fossi l’altro Luciano, il marito di Laura. »
«No, sono il tu’ figliolo. »
«Bravo. »
«Come stai, mamma? »
«Benino. Son quarantadue chili.
«Ti volevo salutare, domani parto. »
«O dove vai? »
«A Tel Aviv. »
«Bravo. Dove vai?»
«A Tel Aviv.»
«O dove resta? »
«In Israele. »
«Oh, Madonnina.»
Ai tempi di mia madre Tel Aviv (alla lettera, colle della primavera) non esisteva, e neanche figurava sull’atlante da trecento lire che acquistò mio padre, e che oggi risulta superato da una infinita serie di eventi. Per questo si può perdonare la signora maestra Adele Bianciardi se ignora dove si trovi questo colle della primavera. E possiamo perdonarle anche un sacco di cose, che la suddetta signora maestra, sia pure a fin di bene, inflisse al suo figlio maggiore, il quale, a sua volta, sta infliggendo chissà quali altri guai (sia pure di tipo diverso e discorde) ai figli che ha messo, modestamente, al mondo. Quando chiedo a mia madre che tipo sia quel tale Piero che esce di sera con mia figlia Luciana, la signora maestra scuote il capo. Poi dice:
«Non è poi questa grande intelligenza che racconta la bimba. Ho chiesto al liceo. Ha appena appena il sei ». Insomma, è la maestra Bianciardi, mia madre.

(Con ogni probabilità questo è l’ultima cosa scritta
da Luciano Bianciardi prima di morire).

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    Vi dico la verità, ora che  la repressione finita: a quei tempi ero convinto che il gioco fosse fatto. L’occorrente c’era: il generale Passalacqua mi aveva giurato personalmente che avrebbe osato l’impossibile per farsi mandare armi da Torino, e per distribuirle ai volenterosi. Re Carlo Alberto aveva preso a cuore la nostra causa, purché la smettessimo di chiamarci repubblicani e di non andare a messa, perché re Carlo Alberto era molto religioso, e ovviamente monarchico. Lì a Milano la gente lo chiamava Tentenna, per le sue famose incertezze; più tardi un poeta delle mie parti lo chiamò l’italo Amleto. Hai capito? Avrebbe potuto giocare a pallacanestro, questo famoso re, perché misurava un paio di metri abbondanti, come altezza. Infatti, da principe ereditario, i goliardi lo chiamavano Sua Altezza, e con intenzione beffarda, naturalmente.
    Dunque, l’intenzione nostra era di buttar fuori i crucchi. La popolazione minuta  li chiamava tedeschi, ma  tedeschi non erano, neanche nella lingua. Per lo più erano alto-atesini  ( o sud-tirolesi che dir si voglia ), boemi, moravi, croati, con qualche ungherese per fare mazzo, e non parlavano affatto tedesco, ma un loro orrido gergo che faceva strepito nelle orecchie e mandava via la voglia di ascoltare oltre. Ci avevano proprio stufato, noialtri milanesi, e non tanto per ragioni politiche. In fondo, se ci ripenso ora, come  amministrazione amministravano bene, ed erano senz’altro meglio di questi terroni che volevano mandare su più tardi, questi che intendeva liberare Garibaldi Giuseppe perché poi amministrassero l’Italia. Forse io non la penso proprio così, ma la gente, allora, lo diceva.
    Eravamo stufi, noialtri milanesi, di farci comandare da un branco di mangiasego, e da tempo era cominciata la rivoluzione. Voi sapete come vanno le rivoluzioni: non c’è dichiarazione ufficiale, come per le guerre. Succede un poco alla volta, quasi senza che nessuno se ne accorga. Noi si cominciò con il famoso sciopero del fumo  ( «the sot-weed strike» come leggo in un testo inglese, l’unico che ancora oggi parli di quella rivoluzione fallita). Ricordo che gli allenatori di pallone andavano per l’appunto insegnando a destra e a manca che il fumo fa male, che pregiudica il rendimento sul campo di gioco, che un buon atleta se ne astiene, e che dovrebbe astenersene anche il normale cittadino, sempre disponibile per i giochi atletici e per quelli rivoluzionari.
    Fu un fatto folcloristico, lo so, e qualcuno ancora oggi ci scherza sopra, e definisce la nostra rivoluzione finita dal tabaccaio. No, non fu soltanto una questione di sigarette. Basti pensare al mio amico generale Passalacqua, quando mi giurò, sul suo onore, che i fucili di Carlo Alberto (pivot mancato) sarebbero arrivati in orario. Basti pensare che a casa di Cesare Correnti si radunano i migliori cervelli, e i più onesti cuori milanesi, persino Carlo Cattaneo, che al principio non faceva il tifo per la rivoluzione, ma poi si convinse che quella non era poi una faccenda da ragazzi.
    Proprio io gli avevo detto e ripetuto: “Va bene, professore, continui pure a credere che questa sia una questione di ragazzi, ma badi bene che  sempre le rivolte, come le partite di pallone, le han fatte i ragazzi. Guardi, professore, a Lei il compito di dare le idee, i principi. Lei non ha più scatto, non ha ripresa, a Lei manca il fiato, e tocca ai ragazzi fare le corse con la Gendarmerie. È infatti se a fare le corse con la Gendarmerie ci si trova lei, è chiaro che arriva sempre secondo “.
    “Perché secondo?” Mi interruppe severo il Cattaneo.
     “Perché arriva prima la Gendarmerie”.
    Seppure scontroso, annuì. Non era poi uno sprovveduto, lo riconosco, anche se talvolta mi dava sui nervi col suo modo di fare da professore. Ma d’altra parte era professore. Ora voi non dovete credere che i rivoluzionari del tempo fossero tutti professori e cervelloni come ha voluto far credere certa stampa austriacante, o addirittura austriaca. No, in mezzo a noi, oltre al professor Cattaneo, al Correnti, al sindaco Ferrari, oltre a me stesso, che a quel tempo facevo il bibliotecario a Brera e non lesinavo aiuti (danaro escluso ) ai buoni milanesi ostili alla tirannia d’Oltralpe, militavano fior di paini elegantissimi e di famiglia assai buona come Luciano Manara. A quei tempi, me lo  rammento, era un ragazzo o poco più, girava con i guanti bianchi e frequentava le belle signore. I pettegoli gli dicevano così: “Tu sei il playboy dei paesi tuoi, e se quella ci sta sono affari suoi”.
    Mi ricordo anche che il Manara Luciano giocava a  tamburello; dava di mazza al golf, non disdegnava il tennis, e insomma era un bello sportivo. Ma poi gli si voltò  il cervello alla rivoluzione, e abbandonando ogni altro sport andava a fare esercizio di tiro a segno con la carabina su quella brughiera dalle parti di Varese, e io credo che nel fare questo gli desse un poco d’aiuto il mio amico Tino Riganti, anche lui nella rivoluzione seppur con prudenza su a Solbiate sull’Arno. (Questo fiume non esiste soltanto nella mia Toscana, ce n’è una copia ridotta nella ferace Lombardia, che a quei tempi, come si va dicendo, voleva insorgere contro il giogo dell’oppressore straniero).
    Erano in molti a darci una mano, forse tutte due le mani, qualche poco di denaro, le armi che avevano. Via Spadari era diventata un centro di armamento vero e proprio: da ogni dove arrivavano dei volontari, e ciascuno teneva l’arma che fosse disponibile, in attesa di quelle promesse dal generale Passalacqua, sempre in contatto con il pivot (in ipotesi) che regnava a Torino. Inutile dire che gli atleti furono tra i primi: lanciatori di disco, centromediani sistemisti ormai a riposo, liberi, quattrocentristi a ostacoli, centravanti, operati al menisco per frattura autentica o supposta, qualche liberista, un discatore, un olimpionico dello sci, se mal non ricordo la gioventù sportiva milanese era ben rappresentata fra il novero dei patrioti. E c’erano anche i popolani, i semplici ciabattini, come il famoso Sciesa Amatore, che purtroppo non poteva fare dello sport perché era sciancato, eppure aveva l’intenzione di appiccare il fuoco a qualche legno dell’oppressore.
    Nè mancava la cosiddetta organizzazione, anzi, a parte i fucili che ci prometteva il generale Passalacqua, tutto era pronto, si erano formate le compagnie e le colonne, Luciano Manara aveva inventato le barricate mobili, e cioè deciso di formare grossi cilindri di fascine, alti un par di metri, da rotolare incontro alla sbirraglia del Radetzki, e dietro i cilindri delle fascine sarebbero venute fanterie assai illese. Queste parole non sono di me bibliotecario a Brera, sono del Leonardo da Vinci, ma vanno benissimo per la situazione di allora. Gli armaioli di via Spadari (potenza dei nomi), avrebbero dato tutte le carabine e le spade e i fioretti che stavano nelle lor bacheche e, persino le armi da scena della Scala e del Piccolo Teatro ci furono promesse, ove mancasse di meglio. E in più girò la voce.
    Milano a quella vigilia era tutta in fermento. Si spiegò a tutti quelli che avessero aperte le orecchie che la rivoluzione può farla chiunque, anche la vecchietta del quinto piano. Non è difficile, basta che faccia cadere dal suo davanzale il vaso dei gerani, e un vaso di gerani, notoriamente, se cade in testa a un gendarme imperiale, gli rompe la testa meglio che se fosse una fucilata. Al seminario si spiegò per filo e per segno come si costruisce una barricata a regola d’arte, coi lastroni del selciato. E non si ignorò la guerriglia psicologica, per esempio lo scrittore Gianni Brera andava spiegando in giro come si dice in ungherese “ libertà, fratellanza, rivoluzione,  Italia unita “ e così via. Per la verità il Brera scrittore insegnava anche a prò degli ungheresi favorevoli alla causa di Vienna, certi epiteti che qui non si riportano. Lui li sapeva benissimo perché pare che fosse mezzo ungherese per parte di nonna. O almeno, così mi disse quella volta che lo trovai lassù in esilio, in Russia.
    A farla corta, pareva tutto fatto: un popolo concorde, le armi del generale Passalacqua, i volontari della morte di Luciano Manara, la testa fine del Cattaneo, l’entusiasmo di Cesare Correnti, il Gabrio Casati, modestamente, io bibliotecario a Brera e perciò familiare con intellettuali, pittori, modelle dell’accademia di belle arti, oltre che di qualche battona che da quelle parti non mancava mai (basti dire che dalle parti di Brera c’è via Fiori Chiari di buona memoria) con tutta quella gente, come poteva fallire la rivoluzione? Bastava dare il segno ed era fatta.
    Anzi già si vociferava la data nell’ultima decade del mese di marzo. Ora, guardate un po’ se il diavolo non poteva metterci peggio lo zampino. Io lo avevo detto: mettiamo nel conto il cosiddetto derby della Madonnina, che dovrebbe essere alla metà del mese. E gli altri sotto a rispondermi: ma stai tranquillo, strusciacarte (mi chiamavano così, per scherzo, in quanto io ero bibliotecario a Brera), “Stai tranquillo che  la rivoluzione la facciamo subito dopo il derby, quando la gente si sarà sfogata”.
    E invece il diavolo ci mise lo zampino, o forse ci mise lo zampino la polizia di Vienna. Fatto sta che per “motivi tecnici” ( cosa mai voglia dire debbono ancora spiegarmelo) la Lega rimandò il derby di una giornata, e la domenica fissata per la rivoluzione la gente se ne andò tutta quanta alla partita. Io cercai di telefonare a qualcuno, perché avevo  annusato come la sarebbe andata a finire, ma non ci fu verso, nessuno voleva capire, anzi pareva che fossero tutti caduti dalle nuvole. “La rivoluzione?”, chiedevano, facendo i nesci. “Ma quale rivoluzione? La rivoluzione francese? Ma l’hanno già fatta. Domenica c’è il derby della Madonnina, altro che rivoluzione”.
    Persino il playboy dei paesi suoi Luciano Manara mi parve stranito, una sera che l’incontrai in galleria. Appena lo avvistai, lo presi per il bavero della giacca e gli chiesi:
    “Dove sono i tuoi volontari della morte? “.
    “Fanno la fila per il biglietto”
    “Ma quale biglietto?”
    “Per domani a San Siro, no?”
    E mi guardava come se io fossi uno svanito.
    “Non ci vai tu domani a San siro?”.
    Volevo mandarlo a quel paese, il mio bel paino Luciano Manara, ma siccome mi chiamavo (e mi chiamo) Luciano anch’io, lasciai perdere, alzai le spalle e andai a telefonare al Cattaneo.
    “Come va, professore?” Gli chiesi.
    “Come ti ho già spiegato. Siamo in mano a un branco di ragazzi, e quando comandano i ragazzi, le persone serie vanno a casa”.
    “Lei non va alla partita professore?”, gli chiesi a mia volta. Ma lui mi rispose con un versaccio. E così in Italia comandano ancora gli austriaci. A proposito, vinse il Milan tre a uno e io fui contento perché sono milanista, come Oreste del Buono e Cesare Correnti.






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