Georgien 2008

Georgien 2008

Μέρες / Giorni / Tage

 






ph: Avtandil Varazi









Μέρες


Δεν είναι οι μέρες που θα 'ρθουν τις άλλες τρέμω

Που ήρθαν και θρονιάστηκαν την αίγλη επετείων

διεκδικώντας

Αυτές που δεν βολεύτηκαν ανάμεσα στο χθες και

στο αύριο

Δεν χώρεσαν στο ημερήσιο σώμα τους

Το φως και το σκοτάδι τους δεν έλιωσε

Μες στην τακτή διάρκεια της ταφής τους.





Giorni



Non i giorni che devono giungere gli altri temo

che vennero e si allargarono e assunsero il lustro dei festivi

Che non si accomodarono fra l’ieri

e il domani

che non erano adatti ai loro quotidiani corpi

La cui luce e oscurità non svanirono

nella spanna fissata delle loro sepolture.





Tage


Es sind nicht die Tage die noch kommen die anderen fürchte ich

die kamen und sich breitmachten und den Glanz der Feiertage

einforderten

Die es sich ni

cht bequem machten zwischen dem Gestern

und dem Morgen

die nicht passten in ihren täglichen Körper

Deren Licht und Dunkelheit nicht vergingen

innerhalb der festgelegten Spanne ihrer Bestattung.









trad. dal greco al tedesco, Dirk Uwe Hansen und Jorgos Kartakis

trad. dal tedesco, Chiara Adezati


https://signaturen-magazin.de/edition-metafrasi---kostas-papageorgiou-.html?fbclid=IwAR1UGl7GFGiW15gkf--U1WzqT9ZlVE-jP5ODT_lkWcTq66uiiR0RRfqqdiI












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Una recensione critica accurata e accorata, su Disertare







Dialettica e pensiero non-duale: la poesia di Chiara Adezati



V’è nella poesia di Chiara Adezati una forte propensione, una tensione - anche -, a sviluppare il lato in ombra del significato e della sintassi, del dis-corso insomma.

Si tratta di un adombrare, certo, ma quest’ombra non copre affatto, anzi, toglie per aggiungere; si tratta di un segreto per dire di più, per usare le sue stesse parole. Segreto e secreto, il significante come ombra perturbatrice del significato.

La sua è una poetica in cui tutto si gioca sul filo dell’impalpabile, sul fine esperire dei sensi e il ricamìo speculativo del logos, per far affiorare alla coscienza quei labili momenti di pienezza vitale dell’esistenza, quella forza di senso e di significato, che tendono sempre a sparir via da una pur lieve consapevolezza; un chiaroscuro molto più che una luce, per dare volume al fendere l’aria della parola: un vuoto risonante. Poiché il senso è anche questo, il Tao, un “mantice che colmando svuota”, una via fatta di sviamenti; poiché ogni suo testo fermenta di profonde dialettiche interne.

Ecco, mi pare che la poesia di Chiara Adezati si ponga proprio su questa linea estetica, sulla dialettica continua tra dentro e fuori; una dialettica che è anche osmosi. Si potrebbe prendere in prestito, qui, il termine di “iperdialettica” coniato da Merleau-Ponty (Il visibile e l’invisibile) con l’intento di significare una dinamica dialettica priva di qualsiasi sintesi finale; non lineare e aperta al molteplice. Una dialettica non duale, aggiungerei, nel caso specifico di questi versi.

Poesia interstiziale, dunque, che si situa nella fenditura tra aperto e chiuso, sigillato e disperso; poesia sempre in embrione, sempre presa dal tormentato intreccio di suono e silenzio. Vi è dentro una levità musicale di poesia fisiologica che può ricordare Patrizia Cavalli ma anche una sorta di cadenza sorda in dura corazza che può far venire in mente, invece, certe movenze delle poesie di Amelia Rosselli.

Della Rosselli, poi, c’è anche una volontà di addomesticare l'indomesticabile, una pervicacia della metafora del muro: l'alterità come “scarto” in cui tutto si decide.

Nel giocare molto tra l’implicito e l’esplicito, tra screziature oracolari e indeterminatezza semantica, allora, la materia lirica si mostra come qualcosa di molto più sottile che l’emotivo puro. Senz’altro Chiara Adezati preferisce una certa oggettività di matrice quasi scientifica in cui però la rêverie s’insinua a tratti, come una sorta di presenza fantasmatica, mai piena ma sempre assai pervasiva. La sua è una chiarezza deittica che va al di là di ciò che viene mostrato, il “monstrum” rimane a guardare dall’esterno del testo ma si sente che ci sbircia dentro, che vuole sbirciare dentro noi che leggiamo, anche.








http://disertare.altervista.org/dialettica-e-pensiero-non-duale-la-poesia-di-chiara-adezati/?fbclid=IwAR1fo1FB2ayOzVxSprsRanrKp-veUwvwP3DUVwuMVdi82MUYrwPqKox3yqg&doing_wp_cron=1619871810.6321508884429931640625


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Nous nous sommes cachés de la pluie dans une cabane - (Fr & It, orig. Georgian) - Recours au poème N°200

 



ph: TroveRete, bosco in Polonia






La capanna




Ci siamo nascosti alla pioggia in una capanna.

Prima camminavamo insieme nella foresta;

Guardavamo, ascoltavamo tutto con gioia.

Guardavamo gli alberi e i fiori,

ascoltavamo i canti degli uccelli e il fruscio delle foglie,

eravamo tanto felici dell’aria fresca, dell’acqua chiara e l’uno dell’altro…

Ci siamo nascosti alla pioggia in una capanna.

La pioggia ci ha seguito passo passo e ci ha bagnato,

ma è rimasta alla porta

e non è entrata

con noi

dove il nostro riso batteva

contro i  muri.

Poi ci asciugammo

i capelli, gli occhi, i visi con un solo asciugamano.

Pioveva ancora e la pioggia faceva rumore sul tetto della nostra capanna

e bussava alla porta.

Dopo cadde la notte ma potevamo ancora vederci l’un l’altro.

Ma infine in piena oscurità

le tue spalle, i tuoi seni, le tue anche rischiaravano le tenebre.

Faceva fresco, ma le tue braccia erano calde

e le tue labbra ardenti,

e nella capanna il letto era di legno,

era largo e dolce…

A poco a poco la pioggia si tacque.

La pioggia ci lasciò e se ne andò.

E noi ci ascoltammo respirare in quel silenzio.

E sentimmo battere i nostri cuori

e a un tratto, poco a poco, iniziò a rischiarare,

attraverso una finestrella della nostra capanna, la luna abbassò gli occhi

e sussurrando condivise con noi questo segreto:

“ nulla di meglio né di più importante

vi è sulla terra…”

Intanto ci svegliamo in città diverse,

lontane di centinaia di chilometri,

in due città diverse.

Ci svegliamo nello stesso momento, ma soli:

Apriamo gli occhi senza gioia.

Alziamo le nostre teste da un cuscino senza gioia,

ci alziamo senza gioia.

E ci vestiamo.

Nello stesso tempo ma lontani uno dall’altro

apriamo le nostre finestre in città diverse.

Una giornata soleggiata in ambedue.

Guardiamo dalla finestra

e vediamo diverse immagini

in due città lontane di centinaia di chilometri,

vediamo cose diverse,

ma pensiamo la stessa cosa,

ci sentiamo gli stessi,

e abbiamo gli stessi ricordi:

Ci siamo nascosti alla pioggia in una capanna.




Temur Chkhetiani

versione in It. di @chad

dalla versione in Fr di Ketevan Kokozashvili pubblicata qui: https://www.recoursaupoeme.fr

riportata qui:




La cabane




Nous nous sommes cachés de la pluie dans une cabane.

Avant cela, nous marchions ensemble dans la forêt;

nous regardions, écoutions tout avec joie.

Regardions les arbres et les fleurs,

écoutions le chant des oiseaux et le bruissement des feuilles,

nous étions si heureux de l' air frais, de l' eau claire et l'un de l'autre…

Nous nous sommes cachés de la pluie dans une cabane.

La pluie nous a suivis pas à pas et nous a mouillé,

mais elle est restée à la porte

et n' est pas entrée

avec nous

où notre rire battait

contre les murs.

Puis nous nous essuyions

les cheveux, les yeux, les visages avec une seule serviettes.

Il pleuvait encore et la pluie faisait du bruit sur le toit de notre cabane

et claquait à la porte.

Après cela, la nuit tombait mais nous pouvions toujours nous voir l’un [l’autre.

Mais enfin en pleine obscurité

tes épaules, tes seins, tes hanches éclairaient les ténèbres.

Il faisait frais, mais tes bras étaient chauds

et tes lèvres étaient brûlantes,

et dans la cabane le lit étroit en bois

était large et doux…

Peu à peu, la pluie s'est tue.

La pluie nous a quittés et s’en est allée.

Et nous nous écoutions respirer dans ce silence.

Et nous sentions battre nos cœurs

et ensuite, peu à peu, il a commencé à s’éclaircir,

a travers une petite fenêtre de notre cabane, la lune baissa les yeux

et chuchotant, elle partagea avec nous ce secret:

“Il n' y a rien de meilleur ni de plus important

sur la terre…”

Maintenant nous nous réveillons dans des villes différentes,

éloigné par des centaines de kilomètres,

dans deux villes différentes.

Nous nous réveillons au même moment, mais seuls:

nous ouvrons les yeux sans joie.

Nous levons nos têtes d' un oreiller sans joie,

nous nous levons sans joie.

Et nous nous habillons.

Dans le même temps mais loin l'un de l'autre

nous ouvrons nos fenêtres dans des villes différentes.

C’est une journée ensoleillée dans les deux.

Nous regardons par la fenêtre

et voyons différentes images

dans deux villes éloignées par des centaines de kilomètres,

nous voyons différentes choses,

mais nous pensons à la même chose,

nous nous sentons les mêmes,

et nous nous rappelons les mêmes souvenir: 

nous nous sommes cachés de la pluie dans une cabane.








*

NÄCHTENS will ich mit dem Engel reden / e versione it.

 







ph: TroveRete Shahr-i Sokhta (Iran)






NÄCHTENS will ich mit dem Engel reden,

ob er meine Augen anerkennt.

Wenn er plötzlich fragte: Schaust du Eden?

Und ich müßte sagen: Eden brennt


Meinen Mund will ich zu ihm erheben,

hart wie einer, welcher nicht begehrt.

Und der Engel spräche: Ahnst du Leben?

Und ich müßte sagen: Leben zehrt


Wenn er jene Freude in mir fände,

die in seinem Geiste ewig wird, –

und er hübe sie in seine Hände,

und ich müßte sagen: Freude irrt





La notte voglio discorrere con l’angelo,

se riconosca ai miei occhi.

Se improvviso chiedesse: Guardi Eden?

E io dovrei dire: Eden è in fiamme.


La bocca voglio alzare a lui,

dura come chi non anela.

E l’angelo parlerebbe: Hai idea di Vita?

E io dovrei dire: Vita distrugge.


Se trovasse in me quella gioia,

che nel suo spirito si eterna, -

e la alzasse nelle mani,

e io dovrei dire: Gioia erra.











*

Zwei Lerchen nur noch steigen / due allodole ancora salgono

 











Wir sind durch Not und Freude

Gegangen Hand in Hand,

Vom Wandern ruhn wir beide

Nun überm stillen Land.


Rings sich die Thäler neigen,

Es dunkelt schon die Luft,

Zwei Lerchen nur noch steigen

Nachträumend in den Duft.


Tritt her, und laß sie schwirren,

Bald ist es Schlafenszeit,

Daß wir uns nicht verirren

In dieser Einsamkeit.


O weiter stiller Friede!

So tief im Abendrot,

Wie sind wir wandermüde -

Ist es etwa der Tod?






Andammo per miseria e gioia

la mano nella mano,

da erranza insieme riposiamo

ora sulla quieta terra.


Attorno s’inchinano valli,

si abbuia l’aria già,

due allodole ancora salgono

sognando nel profumo.


Vieni qui e lasciale sfrecciare,

fra poco è ora di dormire,

ché noi non ci perdiamo

in codesta solitudine.


Oh ampia calma pace!

sì fonda nel rosso serale,

come siamo stanchi di errare -

sarà mica la morte?













*



Quanto sento se vago così, incorporeo e umano





 



Ho sperimentato in me, con me, le aspirazioni di tutte le epoche, e con me hanno passeggiato, sulle rive ascoltate del mare, le inquietudini di tutti i tempi. Quello che gli uomini hanno voluto e non hanno realizzato, ciò che facendo hanno ucciso, quello che le anime sono state e nessuno ha detto: di tutto questo si è formata l’anima sensibile con cui di notte ho passeggiato in riva al mare.
Siamo chi non siamo e la vita è breve e triste. Il rumore delle onde di notte è un rumore della notte; e quanti lo hanno udito nella loro anima, come la speranza costante che si disfa nell’oscurità con un rumore sordo di spuma profonda! Quante lacrime hanno pianto quelli che hanno ottenuto, quante lacrime hanno perduto quelli che hanno vinto! E tutto questo, nella passeggiata in riva al mare, è divenuto per me il segreto della notte e della confidenza dell’abisso. Quanti siamo! In quanti ci illudiamo! Quali mari echeggiano in noi, nella notte del nostro essere, nelle spiagge che sentiamo nelle alluvioni dell’emozione! Quello che si è perduto, quello che si sarebbe dovuto desiderare, quello che si è ottenuto e soddisfatto per errore; ciò che abbiamo amato e abbiamo perduto e che, dopo averlo perduto, amandolo per averlo perduto, abbiamo capito che non lo avevamo amato; quello che credevamo di pensare quando sentivamo; ciò che era un ricordo e credevamo fosse un’emozione; e il mare tutto, che arrivava, rumoroso e fresco, dalla grande profondità della notte, ad agitarsi vivace sulla spiaggia, durante la mia passeggiata notturna in riva al mare…Chi sa almeno cosa pensa o cosa desidera? Chi sa cosa siamo per noi stessi? Quante cose la musica suggerisce, e per noi ha un sapore buono il fatto che non possano esistere! Quante ne evoca la notte e quante ne rimpiangiamo e che non sono mai esistite! Come una voce liberata dalla estensione della pace, il rotolare dell’onda si infrange si spegne e c’è una salivazione udibile su tutta la spiaggia invisibile. Quanto muoio se sento per tutto! Quanto sento se vago così, incorporeo e umano, con il cuore fermo come una spiaggia, e tutto il mare di tutto, nella notte in cui viviamo, che batte forte, satirico, e si calma, nella mia eterna passeggiata notturna in riva al mare!


Il libro dell'inquietudine



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Petite gare, petite gare, quel bonheur je te dois






 


Torna o mia prima felicità!

La gioia abita le strane città,

Le nuove magie son scese sulla terra.

Città dei sogni insognati,

Costrutte da demoni con santa pazienza,

Voi, fedele, canterò!

Un dì sarò anch’io uomo di sasso,

Sposo vedovo sul sarcofago etrusco.

Quel giorno, materne, stringetemi

Nell’abbraccio vostro grande, di pietra.




Espoirs


Les astronomes poétisants sont bien joyeux.

La journée est radieuse la place pleine de soleil.

Sur la vérandah ils sont penchés.

Musique et amour. La dame trop belle

Je voudrais mourir pour ses yeux de velours.


Un peintre a peint une énorme cheminée rouge

Qu’un poète adore comme une divinité.

J’ai revu cette nuit de printemps et de cadavres

Le fleuve charriait des tombeaux qui ne sont plus.

Qui veut vivre encore? Les promesses sont plus belles.


On a hissé tant de drapeaux sur la gare

Pourvu que l’horloge ne s’arrête pas

Un ministre doit arriver.

Il est intelligent et doux il sourit

Il comprend tout et la nuit à la lueur d’une lampe fumante

Pendant que le guerrier de pierre dort sur la place obscure

Il écrit des lettres d’amour tristes et ardentes.





Mélancolie


Lourde d’amour et de chagrin

mon âme se traîne comme une chatte blessée

Beauté des longues cheminées rouges.

Fumée solide. Un train sife. Le mur.

Deux artichauts de fer me regardent.

J’avais un but. Le pavillon ne claque plus

Bonheur, bonheur, je te cherche

Un petit vieillard si doux chantait doucement

une chanson d’amour.

Le chant se perdit dans le bruit

de la foule et des machines

Et mes chants et mes larmes se perdront

aussi dans tes cercles horribles

ô éternité.




Petite gare, petite gare, quel bonheur je te dois. Tu regardes de tous les côtés, à droite, à gauche et par derrière aussi. Tes étendards claquent éperdument, pourquoi souffrir? Laissons passer, ne sommes-nous pas déjà assez nombreux? Traçons avec la blanche craie ou le noir charbon le bonheur et son énigme; l’énigme et son affirmation. Sous les portiques il y a des fenêtres; à chaque fenêtre un oeil nous regarde et derrière des voix nous appellent. C’est à nous qu’il vient, le bonheur de la gare, c’est de nous qu’il sort transfiguré. Petite gare, petite gare, tu es un jouet divin. Quel Zeus distrait t’a oublié sur cette place si carrée et si jaune, près de ce jet d’eau si limpide et si troublant? Tous tes petits drapeaux claquent à la fois sous le vertige du ciel lumineux. Derrière des murs la vie roule comme une catastrophe. Que t’importe à toi de tous cela?... Petite gare, petite gare, quel bonheur je te dois.







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